Essi vivono?

Personaggi credibili
Teste parlanti. Marionette. Gente che blatera e pare preda di una possessione demoniaca. Contenitori vuoti. Incongruenti. Privi di motivazioni…
Più semplicemente personaggi (deficitari) e non persone.
E sono guai, visto che toccherebbe proprio a loro animare, cioè rendere viva ed empatica, la vostra storia.
Ci sono manuali di scrittura che vomitano consigli su consigli e non voglio perciò peggiorare la situazione. Se posso, però, vi suggerisco di dare un’occhiata alla foto del post: è un comodo specchietto per verificare la coerenza emotiva dei vostri eroi.
Se cercate più parole di conforto e non disdegnate gli esempi chiarificatori, potete leggervi con attenzione Scrivila ancora Sam, il corso di Fabio Bonifacci. Corso eccezionale per almeno tre motivi:

  1. per leggerlo basta un click, perché si trova in rete.
  2. Serve per davvero.
  3. È gratis.

Lo so, questa sì che è una chiusa a effetto.

Mai fidarsi dei terrestri

Alien_Reading_the_Paper_by_Carol_KayÈ un marziano e si trova a girovagare nei pressi dell’atmosfera terrestre. Si è perso. Colpa di  quell’aggeggio – il navigatore – che non ha aggiornato le rotte astrali e così, adesso, invece di starsene di fronte a 535665656565kkk, osserva stranito la superficie della Terra. Lo sa perché sta consultando google universal map. Sa che è qui, non ha però idea di come tornare indietro.
Dati i sopraccitati problemucci con le mappe, ammettiamolo, il marziano è una marziana. Perciò adesso sappiamo pure che no, non si è persa, ha solo seguito il suo istinto: una femmina è geneticamente predisposta a scovare i saldi, interstellari o no.
Punta verso la crosta terrestre, ché vuol sgranchirsi le estremità. Ha un fastidio tremendo al terzo piede, col tentacolo destro si tasta la punta dolente, ma cavoli! quelle scarpe le stanno d’incanto.
Procede un po’ a casaccio poi, arrivata all’esosfera, dà un’occhiata dall’alto: intravede una buffa escrescenza di terra, sembra il modello di stivali che andava tanto la circonvoluzione scorsa e lo interpreta come un dato propizio. Così parcheggia la navicella (urtando un satellite ovviamente sbucato all’improvviso) e si cerebrotrasporta a Milano, anche se lei non lo sa, ma pazienza. Sarà il caldo, saranno le scie chimiche, ma il suo GPS interno deve essere un po’ sfasato, perché invece di piombare in una boutique del quadrilatero eccola lì. Cioè qui. Di fianco a me.

9435658-funny-concept-of-alien-invasionMai apprezzato tanto la scelta vegetariana! Non può certo dire lo stesso il mio Ficus Benjamin.
Parliamo del più e del meno – cioè ci si lamenta di questo e di quello, mezze stagioni cosmiche comprese, e son cose che ti fanno davvero sentire cittadina dell’universo – poi mi mostra la foto dei suoi piccoli che radono al suolo una specie di foresta, io un video di SataNana alla recita che salta modello Keith Flint dei Prodigy.
Adesso che abbiamo appurato di avere entrambe delle creature mostruose, ci sentiamo in sintonia e pazienza per tentacoli, nasi, uncini… che vuoi che sia?!
Parliamo del nostro lavoro. Lei si occupa di programmare una specie di serra ghiacciata dove si producono vegetali a me ignoti e altre faccende strampalate, ma quando tento di spiegarle quanto buffo sia pure il mestiere dell’editor ecco che colgo una strana luce nel suo occhio.
Fruga nella tracolla (pure le marziane hanno borse che son peggio di un buco nero) ed estrae una specie di foglio elettronico, tipo tablet ma più gommoso e leggero. Penso che mi voglia donare un gioiello tecnologico e sono emozionata come Mosè di fronte alle tavole.
Lei sorride e mi dice che suo marito, che adesso sta facendo il venditore porta a porta di alghe atomiche, è un vero talento. Un talento sprecato. E tutta quella creatività va condivisa e apprezzata. E il pubblico lo adorerebbe. E i lettori impazzirebbero come impazzisce lei. E i parenti e gli amici e la maestra delle elementari.
Entro in modalità standby (cosa che succede sempre in questi casi) ma una parola la rintraccio perché la scandisce, solenne: po-e-sie.
Sto per emettere la risposta standard: “Non mi occupo di po…” ma la marziana è incontenibile. Dice che il marito adorato ha abbandonato i versi ché lo costringevano, lo limitavano e, finalmente, lo ha terminato: IL romanzo. 500 cartelle corpo 9, interlinea meno due, margini 0. E mentre blatera mi allunga il tentacolo con il dattiloscritto alieno.
Ed è qui che succede.
A vederlo da fuori deve essere stato più o meno così: fauci spalancate, bava che gronda al pavimento, denti – aguzzi – che brillano in controluce e il povero corpiciattolo che, come nelle fiabe, viene divorato in un sol boccone.
Dei terrestri non c’è da fidarsi, soprattutto delle editor carnivore.

Libri a Colacione # 33

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Radio105

#VOLTAPAGINAUna-piccola-libreria-a-parig
Una piccola libreria a ParigiNina George, traduzione di Valentina Rancati, Sperling & Kupfer, p. 309 (16,90 euro) anche in ebook
Immaginate una libreria molto speciale, perché questa galleggia sull’acqua. E non è acqua qualsiasi, perché si tratta della Senna. E questa chiatta, ormeggiata nel porticciolo degli Champs-Élysées, si chiama “Farmacia letteraria”. Il farmacista, se così si può dire, che l’ha creata e la gestisce è un uomo di mezza età e si chiama Jean Perdu. Lui è convinto che non ci sia nulla di più pratico e utile di un libro. E siccome ne è convinto, cura il manipolo di esistenze sgangherate che lo circonda con le storie di cui dispone. Certo è bravissimo con gli altri ma lo è di meno con se stesso. E lui di bisogno ne avrebbe eccome. Per esempio toccherebbe affrontarla una buona volta quella benedetta lettera. Sì, quella che custodisce, chiusa, da anni. A scriverla è stata Manon, la donna che amava e che un giorno è svanita nel nulla. E se credete che vi racconti altro, sbagliate! Se pensate che tra libro e lettore debba scoccare il colpo di fulmine, questo fa al caso vostro.

La regina degli scacchi#DAGUSTARE
La regina degli scacchiWalter Tevis, traduzione di Angelica Cecchi, Minimum Fax, p. 322 (9 euro) anche in ebook
Se ignorate chi sia Bobby Fisher, è probabile che sappiate poco e nulla di scacchi. Di questo mondo magico e misterioso, del suo linguaggio tra il poetico e fiabesco a base di gambetti, aperture, re e regine. La protagonista di questa storia è Ruth, una bimba e no, lei non è granché fortunata. Ha perso mamma e papà ed è finita in orfanotrofio. Qui, tra crudeltà e maltrattamenti, trova un’isola felice nel sotterraneo dell’istituto e un alleato nel custode. E sarà proprio lui a insegnarle tutto quello che sa sugli scacchi scoprendo nella piccola una attitudine eccezionale per questo sport. Arriva poi una famiglia ad adottarla, ma Ruth ve l’ho detto non è troppo fortunata, e infatti il nuovo papà svanisce nel nulla. Ciò che non manca alla piccola è il talento, talento che la sua mamma adottiva coltiva ma che ahimè non è un antidoto alla solitudine, anzi, l’eccellenza è spesso è una garanzia di emarginazione. Un viaggio nella genialità per chi avrebbe voluto essere un bimbo speciale e non sa che rogne (e dolori) ha scansato.

#BELLISSIMIFantasmi_del_passato
Fantasmi del passato, Marco Vichi, Guanda, p. 505 (18,50 euro) anche in ebook
Torna il commissario Bordelli che se l’è appena dovuta vedere con l’alluvione di Firenze (siamo nel 1967) e, soprattutto, con un caso di pedofilia. Doloroso, indigesto… che ha lasciato pesanti strascichi nella sua esistenza. E adesso che è passato un anno e Firenze si è scrollata di dosso la tragedia (ma i segni dell’Arno su muri e palazzi sono come impronte digitali) ha una vita fitta di assenze – la madre morta; una storia d’amore archiviata; il cane Blisk che se ne è andato così come è arrivato, in un lampo – e sarà colpa del Natale imminente ma lo spirito è davvero malinconico. Nel frattempo – siamo nell’Italia del boom dopata a suon di progresso e sviluppo – viene ritrovato il cadavere di Antonio Migliorini. Vedovo di fascino, pugnalato nella sua villa. Come indagine comanda le piste sono canoniche: delitto passionale? Vendetta? Scopritelo! Bordelli come sempre ti cattura. È un uomo sensibile, onesto, non è pio, perché di errori ne combina, ma non si racconta bugie e non le racconta ai lettori. Vichi è un autore altrettanto onesto, generoso con i personaggi e le vicende portati sulla pagina perché non si intromette mai e, soprattutto, possiede un talento cristallino. Un libro per i saggi che sanno farsi amare anche così: facendosi raccontare una storia.

Frasefattismo: si salvi chi può!

creativityVolete fare i narratori e scrivete cose come: “Fisico/panorama mozzafiato”, “cuore in gola”, “brivido lungo la schiena”. Alle volte sfoderate pure le care “lamiere contorte” che fa tanto TG4 e come il nero son sempre di moda. In alcuni casi toccate vette poetiche inaudite – non temete proprio nulla eh – e ve ne uscite con uno strabiliante “svanire nel nulla” depenalizzato solo per i nostalgici de La storia infinita.

Se vi siete riconosciuti, avete un problema.
E prima che lo abbiano anche gli sventurati lettori e, soprattutto, prima di aggiungere anche una sola sillaba al vostro dattiloscritto, tocca rimediare (non provare, qui si rimedia per forza, il talento non c’entra). Quindi attenzione o come direbbero alcuni: aprite le orecchie, drizzate le antenne!
Il Frasefattismo è il nemico della creatività. A ogni modo di dire trito, muore una idea originale. E un lettore si annoia. Perché chi se ne frega di leggere quello che dicono tutti e tutti sanno, usando per di più le solite quattro parole. Cercate strade nuove, soluzioni altre oppure ditelo semplice, ditelo e basta.

Siccome è vietato fare della lamentela una perversione onanistica, passiamo ai fatti: ecco qui un bell’elenco di tutte le cose che non dovete dire, mai! Cosi potrete concentrarvi su quelle da dire.

Rimorchiare lettori


È in rete da un po’ ma da poco è anche sottotitolato (la lingua originale è preservata, così anche Muccino è contento). Ed è un ottimo pretesto per affrontare un tema spinoso.
I booktrailer.

Lo so che sapete che cosa sono… Però andando a zonzo per il web e schivando filmati orridi manco fossero iceberg, qualche perplessità sulla chiarezza della faccenda c’è. Trattasi di trailer che parla di un libro, dove per trailer si intende un promo, cioè un filmato promozionale che dovrebbe appunto “trainare”, “rimorchiare” l’attenzione del lettore tanto da indurlo, in questo caso, a comprare il titolo.
Non è uno spot in cui un tizio dice “quanto è bello, che figata, compralo, leggilo!”. Cioè non è una video-fascetta.
Per il cinema le cose son tanto più semplici (non facili, c’è una enorme differenza). Il medium di destinazione è lo stesso – il video – e alla base di tutto ci deve essere sempre una storia da raccontare, una regia che lo permetta e un montaggio che lo faccia al meglio… Si selezionano quindi le scene più adatte per raccontare il film (si pescato tra quelle girate, tagliate o no, o se ne girano di apposite) e il gioco è fatto. Quindi nel cinema è più semplice disporre del materiale e sapere cosa farsene ma non è comunque facile (né scontato) realizzare un prodotto di qualità.

Film CrewPer un libro la questione è diversa perché il medium di destinazione cambia: da una parte abbiamo le nostre amate parole, dall’altro le immagini. Quindi per realizzare il trailer ci serve tutto il resto! Inutile dire che ha ragione Anna Da Re quando precisa: “Ci vuole un’idea, ci vuole una sceneggiatura, ci vuole un cast, ci vuole una regia, ci vuole un editing. Ci vogliono dei soldi”.
Perciò se non siete ricchi, non avete amici registi e/o attori, non sapete che diavolo sia uno script forse è meglio lasciar perdere.
Prendendo a esempio questo post sui “migliori” booktrailer mai realizzati – la classifica è a dir poco discutibile, ma offre spunti utili – ecco le mie pillole di saggezza.

  1. State facendo un video per essere più immediati. Per veicolare i contenuti in modo efficace. Evitate di massacrare il povero spettatore con 10 minuti di filmato intimista, con musica da suicidio, fruscio di pagine e voce d’oltretomba. Per me, se non siete Spielberg, un minuto è l’ideale, due abbastanza, tre son troppi. (Chiedetelo alla Motion Picture Association of America).
  2. Non state facendo una video-reading, il trailer è un’altra cosa. Si tratterebbe di mettere una storia in scena, mostrarla, non di leggerla allo spettatore. Detto questo: questo piano B è una soluzione praticabile. Basta prendere (si fa per dire) un attore capace, selezionare delle pagine convincenti e via. Se quello che avete scritto fa schifo, pure il video farà schifo, ma è di certo onesto con il lettore (gli date un assaggio di ciò che comprerà) e meno complicato da realizzare. (Per esempio date un occhio a questo attacco.) Anche qui, il vostro motto dovrebbe essere: il meno è più. Perciò stringete!
  3. Un booktrailer spesso è il risultato della somma di immagini + musica + parole in sovraimpressione. Questa è un’altra scorciatoia. Ovvio. Ma se avete gusto, se sapete selezionare il materiale e montarlo (e se sarete brevi!) potrebbe avere il suo effetto (come è stato fatto qui). Certo, occhio alla violazione del copyright. Quello che pescate in rete non è vostro.
  4. Se siete dei maghi del disegno, le possibilità si moltiplicano. Perciò ringraziate il buon dio e datevi da fare.
  5. Io detesto gli “strilli” sulla quarta di copertina quasi quanto le fascette. Avete presente? Quelle frasi lapidarie del tipo: “Scribacchinus non ha talento, è il talento!” “Qualsiasi cosa pensi Scriventes è il verbo. Figuratevi quando la scrive!” “Auteuro era ignoto ai più, prima di vendere 600.000.000.000.000.000.000 di copie nell’Universo. Saranno mica tutti scemi!?”. Ecco, gli strilli sono ridicoli soprattutto se l’autore del testo e l’autore delle frasi coincidono (traduco per gli amici che ci seguono dall’estero: “You sing e play it too). Perciò se potete, non iniziate un trailer con quelli. Applausi al seguente fake.
  6. Fiumi di parole… ovvero l’autore che confonde il booktrailer con la videointervista. Non voglio essere pignola, ma se ti chiedo un caffè e mi dai un bicchiere d’acqua non è lo stesso. Se dici booktrailer, provaci suvvia. Non riuscire a mantenere le promesse nella promozione non è una gran pubblicità (ricordate la faccenda del patto silenzioso tra lettore e autore?). La credibilità ha il suo peso quando chiedete a tizio di sborsare per della carta rilegata.
  7. Se vi sentite persi, chiedete a chi lo fa di mestiere.
  8. Non pensiate che con un booktrailer le vendite del vostro libro subiranno una impennata. Chi lo crede, crede pure che si possano fare soldi aprendo un blog. O meglio, credeva, prima di finire sul lastrico.
  9. Provate a essere creativi. Però se il vostro libro è drammatico e la gente guardando il trailer si sbellica dalle risate, qualcosa è andato storto. Cercate di essere meno creativi e di essere pure un po’ oggettivi.
  10. Fate sul serio, non prendetevi troppo sul serio.

Libri a Colacione # 32

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Radio105#VOLTAPAGINAL’estate dei segreti perduti
L’estate dei segreti perdutiEmily Lockhart, traduzione di Simona Mambrini, De Agostini, p. 313 (14,90 euro) anche in ebook
“Benvenuti nella splendida famiglia Sinclair. Qui non ci sono criminali. Non ci sono drogati. Non ci sono falliti. I Sinclair sono atletici, alti e belli. Siamo una facoltosa famiglia di stirpe democratica. Abbiamo sorrisi smaglianti, menti squadrati e un temibile servizio a tennis.”
Cady, la protagonista, è una Sinclair. Ma qualcosa ha minato tanta perfezione. A 15 anni infatti, in vacanza come sempre a Beechwood, una isoletta privata al largo delle coste del Massachusetts, non solo si è innamorata di un amore che più sbagliato non si può (per la sua famiglia, è chiaro) ma ha avuto pure un incidente. Due anni dopo, Candy torna sull’isola e affronta i segreti o meglio le bugie della sua famiglia. Inutile che chiediate di più, io non parlerò! Un libro che tutte le madri fregheranno con gusto alle proprie figlie. Per chi sa che l’infelicità non si fa corrompere facilmente, per sconfiggerla tocca cambiare le cose davvero.

Armi di famiglia#DAGUSTARE
Armi di famigliaFrancesca Lancini, Bompiani, p. 229 (17 euro) anche in ebook
Altro romanzo altra famiglia. Se dovessimo riassumere il tutto con una frase, sarebbe “dimmi da dove vieni e ti dirò chi sei (e pure dove vai)”. Nella famiglia Vento innanzitutto si producono armi (siamo nel Bresciano), cioè fucili da collezione e da caccia. Ed è buffo – per il nonno patriarca un po’ meno – l’amministratore delegato e una donna e son donne pure le quattro figlie. Tutto inizia quando la figlia più piccola, Olivia (che in un plotone di V, Vittoria, Viviana, Virginia, Viola, spicca!), fa recapitare a tutti un biglietto in cui indice una riunione di famiglia nella casa padronale. È un evento insolito, ché non si vedono da tempo. Solo che al posto di Olivia, si presenta tale Elio. E la faccenda si complica a suon di liti e drammi vari. Il nemico da battere? I cliché, le convenzioni e, soprattutto, i non detti… Un libro per chi fa della verità il proprio timone e dell’amore l’arma più potente (tanto a portata di mano quanto difficile da usare) a propria disposizione.

#BELLISSIMIMI è passato il mal di schiena
Mi è passato il mal di schiena, David Foenkinos, traduzione di Alberto Bracci Testasecca, e/o, p. 292 (18 euro) anche in ebook
Altro che male oscuro, qui il protagonista se la deve vedere con un problema ben identificato. Una domenica, infatti, questo quarantenne architetto maritato e padre di due figli è a pranzo – lui e la moglie hanno invitato nella casetta con giardino in cui si sono appena trasferiti, una coppia di amici – ed ecco che avverte un fastidio alla schiena. Piccole fitte, niente di che, fastidiose certo ma lui detesta essere argomento di conversazione. È convinto, ovvio, che passi ma niente… inizia così una peregrinazione senza soluzione di continuità tra medici e specialisti vari. Solo che nessuno capisce cosa diavolo sia e, come da copione, se non c’è una causa, non c’è pure la malattia e tocca vedersela con la testa, la psicosomatica. E mentre l’uomo va a caccia del perché, questo male attacca la sua intera vita e la corrode: addio perfezione nel lavoro, nella coppia, nella famiglia, nel rapporto con i figli. Il punto – e qui sta il talento dell’autore – è che in questa ripetitività alienante (ricorda la musica minimalista) riderete un sacco. Ché questa è una commedia come tale i personaggi si prendono terribilmente sul serio mentre soffrono. E proprio quando il protagonista (senza nome) è più disperato e non sa più cosa fare ecco che la vita, gli presenta una soluzione. Per chi sa bene quanto il dolore sia diabolico: una rogna ma anche un salvifico campanello d’allarme.

Io sono Malala

io-sono-malalaE per gli Scelti da voi, grazie a Loreta Gripshi per la sua recensione.

Malala ha appena quindici anni quando un uomo le spara in pieno volto sul retro del vecchio furgone che dalla scuola la riporta a casa.

Durante il suo discorso di fronte all’Assemblea generale delle Nazioni Unite dirà: “Thousands of people have been killed by terrorists and millions have been injured, I’m just one of them. They thought that the bullets would silence us, but they failed”. Migliaia di persone sono state uccise dai terroristi e milioni sono state ferite, sono solo una di loro. Loro pensavano che i proiettili ci avrebbero indotti al silenzio, ma hanno fallito.

Malala ha rischiato di morire perché colpevole, per i talebani, di aver fatto sentire la sua voce in difesa dei suoi diritti, in particolare in difesa del diritto fondamentale delle ragazze e di ogni bambino del mondo all’istruzione. Il suo nome significa “oppressa dal dolore” e la sua è piena di dolore. Ma è anche una storia piena di coraggio, di forza e di speranza e, a 24 anni, posso dire che vorrei avere anche solo un decimo del coraggio di Malala. Leggetela, vi toccherà il cuore.

Io sono Malala, Malala Yousafzai con Christina Lamb, traduzione di Stefania Cherchi, Garzanti, p. 284 (12,90 euro) anche in ebook

La correttezza paga

La correttezza pagaQualche giorno fa si è parlato di editoria malata, di datori di lavoro insolventi e di categorie allo stremo delle forze.
Il banner che vedete qui sopra è legato a tutto questo e da oggi campeggerà anche sulla pagina di BookBlister.

L’idea è di Luca Pantarotto di Holden & Company, lo slogan è di Marina Vitale, la grafica di Francesca Schipa. Gaia Conventi di Giramenti ha subito aderito, io ho fatto altrettanto. Ed è lei a spiegarvi per filo e per segno di cosa si tratta qui.

Per segnalazioni, potete scrivete a lacorrettezzapaga@gmail.com. Alcune precisazioni:
- non si fanno liste nere, si raccolgono testimonianze di professionisti gabbati.
- Non ci interessa ciarlare né fare la guerra a un editore, vorremmo contribuire a sradicare un comportamento aberrante. E, soprattutto, non vogliamo essere complici di chi vive sulle spalle degli altri.

Se la conosci, lei sopravvive: rebbio #salvaunaparola

Fork1Li usate tutti i giorni. Per gustarvi un buon piatto, per esempio, ma li maneggiate pure quando accordate uno strumento. Di che parlo?

rebbio [réb-bio] s.m. (pl. -bi)
1. Ciascuna delle punte di un attrezzo forcuto, come la forca, la forchetta (ecc. SIN dente).
2. Ciascuno dei due bracci del diapason.
3. Frazione a sud della città di Como.

Parola mai sentita, finché non mi è piovuta, o meglio, finché le son caduta addosso io. Molte cose le imparo così, mentre sto cercando un libro/mettendo in ordine/inciampando ecco che faccio caracollare (se pesante, prevalentemente sui mignoli) un qualche cosa al suolo contenente informazioni preziose che il cosmo ha deciso di svelarmi proprio in quel preciso istante.
Stamattina l’inciampo è stato virtuale: causa deprivazione da sonno, sono cascata di faccia sulla tastiera e sul monitor è apparsa la parola “rebbio”. Non so come, ma era lì (vista la mia condizione psicofisica, posso anche aver sognato tutto, forse sto sognando pure di scrivere questo post).

Di scoperta in scoperta ho appurato che è incerta (alcuni indicano come origine il XIV secolo): potrebbe essere legata a tedesco riffel, cioè il pettine con i denti di ferro, la forca. E deriverebbe dal franco ripil/rippel a sua volta connesso all’olandese repen/reppen (in inglese to ripple): gramolare il lino, cioè staccare i semi con la gramola.

Da oggi, occhio a come arrotolate gli spaghetti sui rebbi. A proposito: il galateo comanda che, finito di mangiare, il commensale disponga le posate nel piatto, appaiate, e con i rebbi della forchetta a “riposo” (cioè verso l’alto). A voler essere pignoli, le posate dovrebbero stare “nella posizione simile a quella delle lancette dell’orologio tra le 3.15 e le 5.25. Non da escludersi le 6.30.”
La procedura, minuto più minuto meno, è per il cameriere un segnale inequivocabile: gli viene infatti comunicato di poter sparecchiare il piatto. Il bon ton, insomma, sta pure in punta di forchetta…

Non si dice ma si fa

PagatoArrivano le bozze. Definirle bozze in effetti è ottimista. Chi le ha lette e (ehm…) lavorate, ha scritto tra-le-righe-nei-margini-dentro-allo-spazio-bianco-delle p, b, q. Il risultato è qualcosa che sta tra il geroglifico e la macchina delle verità sbronza.
Ti viene consegnato in malloppo e tu, emozionata, sai che diventerà un libro. Prima però tocca mettere tutto insieme, farlo tradurre, identificare le citazioni a margine (ci sono i nomi degli autori ma servono pure i testi da cui sono tratte ’ste benedette citazioni). Poi c’è la revisione e la correzione bozze. Sarebbero necessari centoventi giri di bozze, ché il refuso è un nemico insidioso e in 700 cartelle si mimetizza meglio.

Passano i mesi e tu sopravvivi alla trafila. Il libro viene stampato. Non ci sono orrori. Neppure problemi. A parte uno: non ti pagano.
Non pagano te e tu non puoi pagare i traduttori, né i revisori, né incassare qualcosa per il tuo lavoro. E ci metterai più di un anno per riavere quanto ti spetta. Non dormendo la notte perché i tuoi collaboratori hanno bisogno dei soldi – anche se minimizzano, perché c’è affetto e sanno che pure tu sei disperata – e tu non li hai per pagare le tasse. Quindi o ti danno quanto ti spetta o metti in guai seri delle persone a cui tieni e chiudi pure baracca.
E dire che il conto in banca dovrebbe essere florido. Sì, dovrebbe, perché non c’è solo l’editore (detto pure la Fenice) a non liquidarti, c’è pure quel famoso albergo a Venezia che le brochure non te le ha ancora saldate (e non lo farà mai in toto) e quella casa di produzione che, siccome il progetto non è andato in porto, non ti darà i soldi del coverage, né della traduzione. Mai. Anche loro, come la Fenice, fanno parte della F&C, Falliti e Contenti S.p.A. Contenti sì, ché si chiude una baracca, se ne apre una nuova e si ricomincia a far danni.

I soldi dell’editore come detto son poi arrivati. Ti è toccato andare tutti-i-giorni-tutti a reclamarli, ringhiando con la signorina al desk e lavorando nella saletta d’attesa (e accettando assegni postdatati).
Da qui in poi hai detto basta. Hai rinunciato a commissioni su commissioni, quando non venivano forniti anticipi e garanzie. Meglio guadagnare di meno e lavorare meglio.

Ciò che è chiaro: un editore che non paga un anello qualsiasi della catena, prima o poi, non pagherà nessuno; un editore che considera certi collaboratori sacrificabili, che datore di lavoro è? Inutile infilarsi nel meccanismo, diabolico, del raddoppio (ti do un lavoro, non te lo pago, te ne do un altro e tu accetti perché pensi “non sarà così verme da non pagare pure questo” e invece…), se i soldi non arrivano, meglio mollare il colpo e fare di tutto per recuperarli. Fare causa, avvisare colleghi-parenti-amici-giornalisti in modo che la voce giri.

Siccome il mondo va al contrario, chi non viene pagato non può dirlo apertamente, pena ulteriori rogne (una denuncia per diffamazione, per esempio). Per ovviare il problema, tempo fa era nato Editori che pagano spazio in cui era possibile indicare i nomi delle case editrici solventi. Non si accusavano i “cattivi” ma si indicavano i “buoni” (si fa per dire, perché pagare è dovuto, mica è un gesto caritatevole). Ovviamente se un traduttore per l’anno 2013 indicava una sola casa pagante e nello stesso periodo aveva lavorato per altre tre, implicitamente, denunciava la mancata retribuzione da parte di queste ultime. Un po’ contorto e poco nitido. Ma indubbiamente un pesante indicatore di un sistema fallato e di una categoria alle strette.
Chi lavora nel settore conosce i nomi di quelli che non pagano o di chi lo fa a singhiozzo. Non li si può dichiarare apertamente? Sta bene. Per accontentare questi signori che tengono tanto alla propria reputazione, anche tu farai come desiderano: non farai più i loro nomi (l’iniziativa parte da qui e tu, con gioia, l’abbracci).

P.S. A chi garba il parere di un addetto ai lavori, consiglio il blog di Federica Aceto.

Libri a Colacione # 31


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Radio105

#VOLTAPAGINAnon-è-vero
Non è veroAldo Costa, Piemme, p. 229 (1,99 euro) solo in ebook
Lorenzo Cremona è un professore di scuola media. E non può neppure lontanamente sospettare il motivo per cui i carabinieri stanno bussando alla sua porta. Per di più alle cinque del mattino. Certe cose non te le aspetti, come non ti aspetti di cadere in un crepaccio in un weekend di vacanza sul Gran Paradiso (e il nome, vista la faccenda, pare un programma). Succede a Serena Ainardi che è pure il pubblico ministero che si occupa del caso di Lorenzo Cremona. Cade e il fidanzato che presto dovrebbe diventare suo marito la lascia lì per andare a cercare aiuto. Un romanzo, un thriller per chi ama la montagna e sa bene che la quiete è solo apparente, perché a mano a mano che sali e cambia la prospettiva, cambia anche il ritmo con cui le cose accadono ma le cose accadono eccome. E, infatti, eccola una bufera di neve che arriva a scombinare tutti i piani e a costringere i personaggi ad agire e a reagire. Per leggerlo non serve fiato, né alcun allenamento, lo volerete!

Il limoneto#DAGUSTARE
Il limoneto, Helen Walsh, traduzione di Stefania Di Mella, Einaudi, p. 202 (17 euro)
Siamo a Maiorca, a Deià. Villaggio vacanziero, turisti felici, annoiati, ombrelloni che colorano la spiaggia, corpi che si riposano lungo il bordo di una piscina… e qui, tutte le estati, Jenn e Greg si gustano il meritato riposo insieme con Gemma. Quindici anni, figlia di Greg, un professore universitario che ha perso prematuramente la moglie. Così la figlia è cresciuta con Jenn. Quest’anno, però, con loro ci sarà anche Nathan. Diciassette anni, il fidanzatino di Gemma è bello, sa di esserlo e soprattutto è conscio di esercitare un certo fascino. E la faccenda per Jenn diventerà piuttosto complicata. Mi oppongo alla definizione di mummy porn, vostro onore! Questa è un romanzo che si prende la briga di portare sulla pagina la complessità delle relazioni, soprattutto se familiari, e quella faticaccia che è il diventare grandi (succede da giovani proprio perché bisogna avere parecchie energie). E parla di desiderio. Parla di scelte. Quelle che non penseremmo mai di fare, quelle che non dovremmo fare. Quelle che cambiano tutto, soprattutto noi. Il libro perfetto per chi ha avuto il coraggio di scegliere e di rinunciare a tutto il resto ma alle volte si domanda come sarebbe stato se…

#BELLISSIMIes Odessa star_Layout 1
Odessa Star, Herman Koch, traduzione di Giorgio Testa, Neri Pozza, p. 317 (17 euro) anche in ebook
Fred è un uomo di mezza età. Non è un uomo medio, lui è proprio mediocre. E lamentoso. Sì, perché Fred vorrebbe essere stimato dalla moglie e dal figlio che, in realtà, lo trovano noioso da morire. Noioso, insulso e insopportabile. A Fred insomma non interessa il denaro figuriamoci se ha degli ideali. Lui vuole la stima. Insomma Fred è vittima della noia (che è il nemico più terribile dell’etica) ed è pronto a tutto pur di dare una sferzata alla propria vita. E una sera, al cinema, ecco che incontra un vecchio compagno del liceo. Max. Uno di successo, visto che gira con una bella donna – per non parlare dell’auto – è elegante e ha pure una guardia del corpo! E da qui in poi Fred diventa l’ombra di Max. Lo segue, lo chiama, lo incontra fortuitamente e gli racconta le sue disgrazie, gli rivela tutti i suoi fallimenti… è disposto a tutto pur di condividere la sua vita con lui, pur di ricevere un po’ di luce riflessa, qualcosa che lo renda finalmente interessante e desiderabile. Anche se significa sporcarsi le mani. Se leggendo, amate ficcarvi nei pasticci, questo è il libro per voi. (Il romanzo è uscito nel 2003, prima de La cena quindi, suo grande successo; se non avete letto nulla di Herman Koch, cominciate da qui.)

Il sogno, la passione, il mestiere di un editore: Tiziano M. Barbieri Torriani

Si parla spesso di furbetti (dell’inchiostrino e non), di premi fuffa (e truffa), di non lettori, di leggi di mercato ridicole, marketting (non è un refuso) e scambisti a caccia di favori per piazzare il loro libro, se stessi o tutte e due…

Ma esiste anche una editoria “felice”, un’isola popolata di professionisti validi che coltivano intenti alti (e altri). Correttori di bozze che sulle cartelle ci perdono gli occhi, traduttori (signori, vi voglio bene!) che si consumano sulle parole, quelle giuste, quelle più giuste. E da qui a salire fino a certi editori che conoscono il senso del proprio mestiere.  I libri li scelgono con cura, sono scommesse che riflettono una precisa scelta di campo e trasmettono l’identità della propria “casa”. Gente che magari ha pochi mezzi ma tante energie e si fa chilometri e chilometri con la macchina zeppa di titoli per venderli (eh, sì, gli editori i libri dovrebbero venderli), scova autori di talento e poi se li vede sfilare dai giganti (ma, pazienza, è la vita). Editori ma anche editor e agenti che stanno lì ore a spiegarti il proprio sguardo sul mondo, trasmettendoti così la passione che li anima. Quando hai la fortuna di incontrarli, ti viene voglia di fare. Ricarichi le pile e ti ricordi perché hai scelto il tuo mestiere.

Ecco, leggendo questo ebook ho provato la stessa sensazione. Scrittori, colleghi, amici raccontano l’avventura editoriale e umana di Tiziano Barbieri Torriani (scomparso il 30 maggio del 1994) che poco più che trentenne, quasi per caso, decise con coraggio e un pizzico di follia di rilevare un vecchio marchio editoriale la Sperling & Kupfer. Poco più di trentanni… fa un certo effetto pensarci oggi.
Ciuffo – questo era il suo soprannome – era di certo uno sgobbone e soprattutto era un uomo curioso. Ed è stata questa curiosità, insieme con una buona dose di fortuna, a permettergli di scegliere i titoli giusti, quelli che fanno davvero la differenza. Torriani si occupava di lettura e non di cultura, per questo non parlava ai soli lettori forti, voleva raggiungere tutti gli altri. Un uomo che ha saputo innovare e che oggi viene ricordato con questo ebook (formato che secondo me avrebbe amato e capito) che potrete scaricare gratuitamente.

L’editoria è cambiata, certo, ma modernità non deve coincidere con vacuità. Andare a caccia di persone che sappiano battersi per una idea, non significa credere alle fiabe, vuol dire dare senso al proprio fare. E raccontare certe storie, è un regalo per chi ha sogni da coltivare.

Il sogno, la passione, il mestiere di un editore: Tiziano M. Barbieri Torriani per gli amici Ciuffo, Autori Vari, Sperling & Kupfer

Libri in Taxi è la rubrica dedicata alle video-recensioni che da qualche mese va in giro per l’Italia a bordo di una flotta di mille taxi. Milano, Roma, Firenze, Torino sono le città coinvolte nel progetto Toucher®: un touchscreen applicato sul retro del poggiatesta del sedile anteriore dei taxi che trasmette un palinsesto in cui sono previsti programmi di intrattenimento e informazione. Merito di Celm Italia che sta trasformando il trasporto in una occasione di comunicazione interattiva. E per una storia, è sempre un buon momento.

Rabbia

RabbiaE per gli Scelti da voi, grazie a Monica Bauletti per la sua recensione!

Ho letto Rabbia di Chuck Palahniuk con molto interesse e curiosità. Trovo che questa opera sia un esempio di grande capacità narrativa. L’autore non ha descritto personaggi, ha creato individui unici, originali e completi. Già dalle prime pagine sono identificabili le loro peculiarità e sono completamente visualizzabili anche senza nessuna descrizione fisica da parte dell’autore. Palahniuk non spreca termini per disegnare facce, corpi o lineamenti, ma con pochi tocchi dipinge scene perfette nella mente del lettore. Le sue scenografie orrende e disgustose, cruente e viscide, estremamente realistiche, chiare e limpide supportano una realtà talmente inverosimile che quasi convincono della loro verosimiglianza.
La genialità dell’autore colpisce fin da subito dimostrando una padronanza della trama unica e impareggiabile. Ci dona la visione di un mondo descritto attraverso esperienze e aneddoti raccontati da quello che potremmo definire “il popolo spettatore”.
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Libri a Colacione # 30


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Radio105

#VOLTAPAGINA Sei-proprio una scema
Sei proprio una scemaGaia Giordani, Baldini & Castoldi, p. 143 (13 euro) anche in ebook
La nostra protagonista non si fa mancare nulla. Gaia ha trent’anni, è precaria, senza auto (e senza patente, ci ha provato ma niente) e sta o meglio, si frequenta con Michele, visto che lui fa un po’ come gli pare: compare e poi svanisce nel nulla. Che non è poco se ami dalla punta dei capelli alla punta dei piedi e non sopporti di essere rifiutata. Finché Michele scompare in modo definitivo. Non in senso lato, nel senso che muore. Solo che invece di piangere il morto a Gaia tocca fare i conti con la realtà: non era solo uno schifo d’uomo, ma era pure fedifrago! Così almeno parrebbe. Ed ecco, allora, che inizia una sorta di caccia all’altra metà delle corna, alla ladra di quasi-fidanzati. E così la commedia rosa si colora di giallo e pure di nero. Per tutti quelli che lo sanno bene: ogni vita è un noir, disseminato di morti, intrighi, tradimenti… insomma c’è un po’ da ridere e parecchio di cui preoccuparsi.

il-corpo-della-vita#DAGUSTARE
Il corpo della vita, David Wagner, traduzione di Fabio Lucaferri, Fazi, p. 581 (19,50 euro) anche in ebook
Questa è una storia vera. David Wagner – berlinese di trent’anni con una figlia – è una sorta di condannato a morte: perché è affetto da epatite autoimmune ed è solo questione di tempo. Finché un giorno, ecco la telefonata, quella che se sei malato ti cambia la vita. C’è un fegato compatibile, è possibile fare il trapianto e prolungare la propria esistenza. È una occasione, irripetibile. E una cesura. L’occasione per David di fare il punto e raccontarsi (a se stesso) e al lettore. Ed ecco il passato, le paure e pure un ammasso di dubbi sul proprio futuro, di domande sulla vita e sulla morte. Ci racconta delle degenze in ospedale, con tutto quello che comporta stare in un non luogo come quello: un groviglio di esistenze, di esperienze. È un capolavoro questo perché trattare le proprie esperienze dolorose è come maneggiare bombe a mano: basta una mossa azzardata e sei fregato narrativamente parlando. Ma l’autore è lucido e ha il sangue freddo necessario per trascinarvi senza pietismi nella sua vita. Per chi è questo libro? Per chi, non della morte, alle volte ha tanta paura di vivere (ma ha pure una gran voglia di vivere).

#BELLISSIMIL'audace colpo
L’audace colpo dei quattro di Rete Maria che sfuggono alle miserabili monacheMarco Marsullo, Einaudi, p. 216 (16,50 euro) anche in ebook
Se fosse una frase, potrebbe essere “vecchietti alla riscossa” quella più appropriata per questo romanzo. Abbiamo infatti un gruppo di quattro anziani, capitanato da Dino Agile – la settantaquattrenne voce narrante –. I soprannomi degli altri son tutto un programma: Rubirosa, Viagra dipendente, Guttalax, e Brio, affetto da Parkinson. Tutti vivono nello stesso ospizio in provincia di Roma, la Villa delle Betulle. Un giorno le monache dell’ordine di Santa Lavinia d’Oriente comunicano ai nostri eroi che è stata organizzata una visita di due giorni a Roma in occasione della beatificazione di Papa Giovanni Paolo II. I quattro, però, hanno intenzioni piuttosto bellicose. O meglio Brio vorrebbe occupare la sede di Rete Maria, che poi è l’unico canale che hanno il piacere di vedere dal ricovero, e punire Padre Anselmo da Procida che li ammorba tutti i giorni alle 18 con la lettura del rosario (lettura che si fa ancor più fastidiosa a causa di una odiata zeppola). A dar manforte c’è Agile che è parecchio interessato a Roma perché qui c’è una sua vecchia fiamma. E ha inizio l’avventura, o meglio, la disavventura.  Marsullo si dimostra un talento travolgente, un libro per chi a qualsiasi età ad arrendersi non ci pensa proprio!