#OgginLibreria 5

personalizzazione_tappo_sughero_coniglio_detAndamento lento. Nessun libro per oggi, una cinquantina il primo di settembre, una ventina l’8… siamo ben lontani dalle centinaia di titoli di qualche mese fa. Per poco? Vedremo.
Diciamocelo: si vivacchia e tu, al 50 per cento blogger-libresca-di-sicuro-insuccesso, sai che c’è chi sta peggio di te. E no, non ti senti meglio: il tuo altro 50 per cento rientra nella sventurata categoria.

L’editoria galleggia come un tappo di sughero nella crisi, ma la crisi non è economica ma strutturale, ideologica e di intenti. I pochi soldi sono un sintomo, non la patologia. Il settore pare un carrozzone, antiquato, pieno di facce note, presunti talenti, santi, eroi, geni, tromboni… ma le figure trasparenti che sanno davvero fare il proprio mestiere quante sono? Quelli che rispettano i lettori in primis, gli interlocutori in genere, e pure dipendenti e collaboratori? Ciò che è certo: per le lamentele è sempre stagione, ma se c’è da schierarsi, sostenere non dico una battaglia ma una idea, ecco che i più svaniscono per preservare il proprio orticello. Il problema è che così si mantiene in vita la fuffa e nessuno impara più niente perché chi sarebbe capace di insegnare si rompe le palle di farlo.

Nel frattempo trovare “casa” a un libro è più difficile che inciampare in un congiuntivo su Facebook. I testi proposti sono “carino ma…” oppure “bellissimo ma in che collana potrei mai metterlo?”. Tutto vero, tutto possibile ma le pressioni dall’alto, le aspettative, le soglie, i budget… stanno togliendo la spina alla curiosità e annientando l’identità delle case editrici.
Se ai boss devo garantire certi obiettivi di vendita, se sono lontanissimo da raggiungerli nonostante gli sperati (orridi) bestseller, se in corsa devo acciuffare titoli pregando di recuperare terreno, se invece di leggere son sempre in riunione per definire una presunta (risate del pubblico) linea editoriale, se prima di leggere un titolo lo mando in “visione” a una pletora di lettori (nonpagati/sottopagati/qualificati ad cazzum), se non ho idea di cosa pubblichino gli altri, fare bene non è difficile, è impossibile.

Nel frattempo un agente letterario, ogni mattina, si sveglia sapendo di dover correre fino allo sfinimento per procacciarsi un editore che accetti i suoi testi, sperando che paghi le royalty, non fallisca/svanisca/impazzisca a breve. Dicono sia più facile trovare un super diamante da 232 carati. Dicono.
L’autore (se riesce ad arrivare in fondo all’impresa di scrivere un testo degno) cerca un editore di qualità. Uno che paghi. Poi almeno un editore che i soldi non li chieda. Qualche mese dopo lo stesso autore pensa che un editore con un minimo di distribuzione – anche se lo sanno pure le piante grasse che no, non paga e mai lo farà – sia, non un inizio, ma una fortuna (= botta di culo irripetibile).

E mentre all’estero sembrano orientarsi verso la “disintermediazione” qui da noi la filiera si allunga all’infinito. L’agenzia che ti legge, l’agenzia che ti valuta, l’agenzia che ti fa l’editing… sì, perché il mio mantra “l’editing deve essere gratuito e te lo fa l’editore” è diventato, in parte, una menzogna. L’editing deve fartelo anche l’editore (quantomeno deve prevederlo) ma ormai gli agenti devono presentare agli editor delle case editrici testi “in ordine”. E chi te li mette in ordine?
Per l’autore significa sottoporsi a una trafila infinita, rischiando di sborsare quattrini e non ottenere nulla perché gli anticipi sono una pratica in estinzione e per incassare i diritti bisogna presentarsi così da chi di dovere. E visto che riuscire a vendere 5mila copie è ormai da eroi, avete idea di quanto poco incassi un autore di norma!? Sempre che l’editore si trovi, chiaro.

Adesso, altro che casa editrice, la prima vera impresa è trovare un agente. La casa editrice più che l’obiettivo è un miraggio. E quando gli autori/sognatori ti chiedono i nomi degli editori validi – perché è meglio sognare protetti – ci metti sempre meno a rispondere.
No, non perché parli veloce.

Libri a Colacione #36

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Radio105

#VOLTAPAGINA Una_bomber
Una bomber – storie di donne che (s)calciano, Silvia Sanna, Caracò, p. 73 (10 euro) anche in ebook
Julia (si pronuncia con la “i”) gioca a calcio. O meglio. Giocherebbe. Perché è una panchinara. Perciò, da bordo campo ci regala il suo sguardo su un mondo, il calcio femminile, pressoché ignorato e carico di pregiudizio. Avete infatti mai visto una partita di calcio femminile in televisione? Mai sentita una notizia al telegiornale? Conoscete il nome di una attaccante femminile di successo? Iulia ci racconta di donne aggressive, prepotenti, innamorate, fragili… lo fa attraverso le lamentele perenni delle sue compagne, i difetti, gli strafalcioni lessicali (lei la chiamano la professoressa, perché “l’italiano lo frequenta ancora”) i bisticci da spogliatoio e parola dopo parola demolisce, con umorismo e sensibilità, i vari cliché sulle donne che praticano lo sport ritenuto maschio per eccellenza. Si parla anche di dirigenza, di tifo, di scaramanzia, di nonnismo, di omosessualità… ne scoprirete delle belle.

se_niente_importa#DAGUSTARE
Se niente importa. Perché mangiamo gli animali?, Jonathan Safran Foer, traduzione di Irene Abigail Piccinini, Guanda, p. 363 (12 euro) anche in ebook
Il titolo di questo saggio, in realtà, è eating animals “mangiare animali”. E no, da onnivora, posso garantirvi che non è un inno al vegetarianesimo ma il desiderio di conoscere la realtà. L’autore, da poco diventato papà, si interroga sulla produzione della carne, sulle leggi di mercato, sulle ragioni culturali per cui mangiamo la carte (per esempio in molti Paesi è consuetudine mangiare i cani). Come viene prodotta, cosa determina il suo prezzo, quali sono le condizioni di vita degli animali. Vale a dire: sapete cosa succede a un pollo, dove nasce, cresce e come muore? È una indagine, il frutto di tre anni di lavoro e di incursioni (pure notturne) negli allevamenti intensivi. Disturba, senza dubbio, a cominciare dalla sottoscritta che non voleva leggerlo, perché si sa, non sapere alle volte è più comodo. Ma sempre da onnivora credo sia doveroso sapere di cosa ci nutriamo, e da essere umano rispettoso, sapere quali condizioni di vita e di morte sono inflitte agli animali. Per tutti quelli che non si nascondono dietro a un dito. Da leggere.

#BELLISSIMINiente più niente
Niente, più niente al mondo, Massimo Carlotto, e/o, p. 69 (7 euro) anche in ebook
Torino. Quartiere operaio. Una donna è costretta a fare i conti con la vita. Il lavoro precario (fa la domestica a ore) in nero. I soldi, pochissimi, spesi al discount a caccia del prezzo più vantaggioso. Un mutuo da pagare. Un marito (ex operaio della Fiat) disoccupato. Si concede solo qualche bicchiere di vermouth (alle volte parecchi di troppo) per tirarsi un po’ su, per digerire il mondo che la disgusta e il marito che ormai non sopporta. Una donna ma anche una mamma che sogna, guardando la tv, un destino diverso per quella figlia scellerata. Scellerata perché potrebbe fare la velina, provarci almeno, e invece no! Un monologo agghiacciante che ci mostra una tragedia familiare in modo inatteso, ribaltando il punto di vista. Carlotto centellina le sillabe e centra l’obiettivo: piazzarci un destro, secco, alla bocca dello stomaco.

Jacopo Cirillo: come creare un blog letterario di successo?

Screenshot 2014-09-04 22.05.51Tempo fa un professore – uno di quegli eroi che insegna letteratura con un tweet, parla di storie e scrittori cercando di instillare passione – mi ha scritto una mail chiedendomi di tenere una lezione alle sue allieve. Voleva che raccontassi loro i trucchi per scrivere una recensione.
Nulla di strano. Scrivere un pezzo (dalla cellulite ai buchi neri) è complesso, divulgare informazioni lo è. Raccontare un libro non fa certo eccezione. Bisogna avere gli strumenti e un poco di mestiere. E non mi stupisce che ci sia un corso per imparare a farlo.
Però, se il corso si rivolge ad aspiranti lit-blogger, mi stupisco eccome. Per il “lit”, non per il blogger.
In Italia, su cento persone, abbiamo 4 lettori e 96 non lettori. Chi parla di libri si rivolge a pochi, anzi, in pratica parla al vento. Non ci si guadagna un euro. O si fa da soli (ammazzandosi di lavoro) o si “sfrutta” inevitabilmente il lavoro/il tempo/la passione altrui. In questa chernobyl ecco che Jacopo Cirillo – fondatore di Finzioni Magazine, sceneggiatore per Topolino e autore – per l’editore mimum fax terrà proprio un corso per aspiranti blogger letterari.

Perché diavolo ti sei ficcato in questa situazione, Jacopo?!
È andata così: minimum fax organizza dei corsi a Bologna e ha pensato di farne uno sui blog letterari: cosa sono, cosa sono stati, cosa saranno, jccosa fanno, come sono e come si mettono in piedi da zero.  Tutte informazioni tutt’altro che banali per chi non li legge o non ci ha mai ragionato troppo sopra. Mi hanno contattato e mi hanno chiesto di tenerlo. Io ho accettato molto volentieri, perché Finzioni l’abbiamo costruito da zero sei anni fa e abbiamo imparato molte cose, provando, sbagliando e riprovando. Poi, certo, non bisogna essere laureati in astrofisica per farsi un template con wordpress o decidere una linea editoriale, tuttavia un po’ di cose da sapere ci sono e io sono lì per raccontarle, a partire dalla mia esperienza e da quello che ho visto in questi anni. Non sono un professore che rivela i segreti nascosti dei lit-blog, semplicemente uno che racconta che cosa ha fatto, come l’ha fatto e prova a sistematizzare quello che ha imparato, prendendo in considerazione tutti gli aspetti possibili, positivi e negativi, nei rapporti con i lettori, i collaboratori e le case editrici.

Da lit-blogger sai bene che è un lavoro che si fa per passione, soldi zero. Non si dovrebbe dare prima dignità al mestiere del recensore/critico/redattore, al lavoro culturale in genere prima di formare qualcuno?
Chi decide di aprire un lit-blog non lo fa per guadagnare soldi, non avrebbe senso. Tra l’altro, parlare di “blog di successo” non significa certo parlare di guadagni, presenti o futuri che siano. Si può aprire un lit-blog per divertirsi, per polemizzare, per farsi un nome nel mondo dell’editoria, per ingrossare il proprio curriculum, per avere libri gratis, per far colpo sugli amici, per avere un argomento di conversazione in più o per mille altri motivi. E non mi sento di dare giudizi di valore a riguardo.
La dignità al mestiere del recensore/critico/redattore gliela diamo tutti noi che da anni scriviamo di libri nel nostro tempo libero, che ci impegniamo a postare contenuti di qualità, diffondere la voglia di leggere e consigliare i nostri libri preferiti. E lo facciamo tutti i giorni. Senza lamentarci troppo. Che poi questa dignità venga riconosciuta da terzi (l’editoria? Il pubblico? I giornali? Gli autori? Gli intellettuali?) è una necessità, certo, ma è anche un altro discorso, poco attinente con il corso.
Poi non ne farei una questione diacronica: prima dignità e poi formazione. Anche perché in 10 ore di seminario – confrontate con anni di esperienza – non parliamo certo di formazione vera e propria, quanto di competenze e capacità propedeutiche.
Ma poi, da quando in qua uno si iscrive a un corso e ha come unico scopo quello di fare soldi? Da quando i corsi servono (e sono legittimi) solo se hanno un ritorno economico immediato? Magari dal corso uno impara a fare un sito su wordpress o impara a usare google drive e dropbox per condividere i file o i google group per gestire una redazione da remoto e sono quelle competenze, e non il blog letterario in sé, ad aiutarlo nel suo lavoro, che magari non c’entra nulla con la letteratura.
Quello che non capisco, anche dalla polemica che è venuta fuori, è: chi mai ha parlato di guadagnare? Chi mai ha promesso agli aspiranti lit-blogger che faranno soldi? Semplicemente, visto che è una possibilità (anche se remota), è stata contemplata nel programma del corso. Che poi sia giusto che il lavoro culturale venga remunerato è sacrosanto, ma stiamo parlando d’altro. Continua a leggere

Il blog è nudo

1779869_368972506575534_1453672040_nHo iniziato dopo un anno di rubrica su Radio 105. I Libri a Colacioneee erano in standby e io mi sentivo orfana. Arrivavano mail di richieste su cosa leggere e comprare, su Facebook parlavo di libri ma non era la stessa cosa.
Così è nato BookBlister.

No, non lo ho mai considerato un lit-blog. “Vacci piano, ragazzina!” (sì, la mia coscienza mi parla così). Ma uno spazio per i libri. Per le parole. Per raccontare il mondo dell’editoria ai lettori e agli autori stessi dal margine in cui lo vivo io. Per la letteratura chiedete ad altri.

Non ci guadagno. L’affiliazione ad Amazon mi permette di pagare le spese e poco più. Non ci sono banner, ché mi fanno rivoltare lo stomaco. Tipo quelli degli editori a pagamento su alcuni giornali (vedi Affari Italiani). Per questo motivo non ho collaboratori, i collaboratori mi sentirei in dovere di pagarli, anche non guadagnando nulla.
Non acquisto molti dei libri che recensisco, me li forniscono gli editori. Nella maggior parte dei casi sono io a chiederli agli uffici stampa, sono testi che cerco di selezionare al meglio, così da evitare gli invii a vuoto e inutili perdite di tempo. Chi mi conosce sa cosa cerco: esordi, italiani, libri meno noti. È mia abitudine dire sempre all’ufficio stampa cosa penso di un testo, perché mi è piaciuto, perché no. Sì, mi è capitato eccome di parlare male di un titolo ricevuto e a parte un caso isolato, non ci sono state ritorsioni. Se ci sono ritorsioni, si ha a che fare con degli idioti incompetenti ed è una fortuna saperlo.
Grazie al digitale posso evitare i cartacei, questo rende tutto più semplice. I cartacei che ricevo? Quelli amati li tengo (contrariamente agli accumulatori, io in casa tengo solo i libri che penso di poter rileggere) gli altri li regalo alle biblioteche e a chi me li chiede (le parole devono girare a caccia di lettori ideali). Di libri ne compro comunque moltissimi: se ami le librerie, cadi spesso in tentazione.

Le mie recensioni sono più spesso positive, non è un problema di buoni rapporti, non è questione di convenienza ma di attitudine e benessere.
– Stroncare un testo richiede un mucchio di tempo ed energia (leggere robaccia è una tortura), per lavoro leggo e valuto dattiloscritti (spesso, ahimè, terribili) perciò non mi risparmio la mia quota di brutto quotidiano. E sì, ho bisogno di parole e storie buone per sopravvivere.
– Parlare bene di un libro non fa notizia. Se scrivo che mia figlia ha starnutito piovono like, se recensisco bene un romanzo i like sono dieci. Le stroncature fanno notizia, sono più divertenti e gustose. Lo stesso vale per le polemiche. Quando dici bene, parli a pochissimi, cioè ai lettori veri e a qualche lettore potenziale ben disposto. A me sta bene così. Non voglio perdere i primi e provo a coltivare i secondi.
– I lettori mi chiedono più spesso cosa comprare e leggere, meno cosa evitare. E suggerire libri che ho amato rientra nella mia visione del mondo: essere propositiva ed evitare di praticare la lamentela (che se fosse uno sport sarebbe olimpionico).
– Mi concedo il lusso di abbandonare i libri brutti. Quando sono orrendi, provo il brivido liberatorio del lancio a canestro. Cioè li butto nella pattumiera.

Non ho mai ricevuto pressioni per dire bene di un libro. Mi capita di parlare di autori che conosco, di amici, di miei autori, di sconosciuti, di gente che mi sta sulle gonadi… In tutti i casi consiglio libri in cui credo, motivo il consiglio e ci metto la faccia. Sono libera, nessuno mi paga, nessuno mi chiede alcunché.

Ogni tot penso che lavorare nel mondo editoriale, così come parlare di libri, sia una raffinata forma di masochismo. Creare e gestire un blog sull’argomento è inspiegabile, una sorta di ossessione compulsiva. E tenere un corso per futuri lit-blogger? Una follia? Una furbata spenna pivelli? Bisognerebbe chiederlo a Jacopo Cirillo di Finzioni che per minimum fax terrà “Come creare un blog letterario di successo”.
Io l’ho fatto. Abbiate un poco di pazienza, l’intervista arriverà.

La bambina nella campana di vetro

tumblr_lj2mfihr7p1qzbht5o1_1280Come vi dicevo è stata una estate poetica. In senso letterale e non. Meno poetica la costatazione che trovare libri di poesia in digitale è – quasi – una impresa impossibile. Come del resto è da supereroi riuscire a pubblicare i propri versi (non sborsando quattrini, ovvio). Mettere insieme le due cose? Rendere fruibile ciò che non lo è? Lo so, il mio ottimismo non ha limiti.

Qui trovate una personalissima selezione di liriche tratte da La bambina nella campana di vetro e le belve feroci (la biblioteca di Vivarium) della poetessa Giovanna De Carli. Il testo – scritto insieme con il professore Romano Màdera –  è il racconto di una analisi, meglio, di ciò che accade nella stanza d’analisi, e temo sia introvabile. Ma chissà che in qualche meravigliosa bancarella…

Immobile viveva
(viveva?)
perché in quell’immobilità non si perdeva

***

Vorrei che ogni tanto qualcuno
lungo le strade della vita
mi gridasse come ai ciclisti: “Resisti!”
O anche, senza la erre,
mi rincuorasse: “Esisti!” “Esisti!”

***

A mia madre
La mia infelicità è prenatale
Dentro di te sono stata sempre
in posizione fatale

***

Tu mi ami così profondamente
che in superficie non si vede niente

Ordinario straordinario

pencil-bouquet-horizontalUn bouquet di matite temperate. Questo avrebbe voluto regalare Joe Fox (Tom Hanks) a Kathleen Kelly (Meg Ryan) in C’è posta per te per inaugurare l’inizio di settembre a New York. Lo so, nel post di riapertura – per darmi un tono – dovrei citare ben altro, ma capitemi, nel film si parla di una libraia appassionata di storie che combatte le megalibrerie e i bestelleroni.
Quindi: evviva le matite temperate (ci sono per davvero sulla mia scrivania)! che per me, da sempre, segnano la rentrée sui banchi di scuola e l’inizio dell’anno.

Il progetto decompressione/depurazione è avvenuto con successo. Ho frequentato il web il minimo indispensabile (a caccia di ristoranti, chiringuito, e altre amenità). Facebook solo per errore (clicchi sulla app ma ti ricordi che no, non ne hai affatto bisogno). Twitter è stato del tutto ignorato (volere è potere). Mi sono concessa solo Istagram, la versione 2.0 di qualsiasi giornale di gossip, perché il pettegolezzo fa estate più della sabbia e dell’afa (non dirò nulla del meteo, non temete, vi hanno desertificato le gonadi già abbastanza).

Inutile dire che son partita carica di libri. Carica si fa per dire, visto che erano tutti ebook. Niente romanzi, mi sono dedicata – udite udite – alla saggistica e alla poesia. Piccole scoperte, grandi sorprese. Ci sarà tempo per parlarne.

La vacanza ha funzionato, è stato lampante al rientro: bloccata in ascensore, non ricordavo più il codice per accedere al mio piano. Oddio anche in cucina, quando ho dovuto ragionare sulla collocazione dei cucchiaini, ho avvertito un brivido. L’incredibile trasformazione dell’ordinario in straordinario. Durerà poco, ma è un vero spasso.

E voi? Voi mi siete mancati. E non vedo l’ora di rileggervi, scovare libri speciali e arrabbiarmi e brontolare e fare il mio lavoro che sì, amo alla follia (ricordatemi di rileggere questa frase tra qualche ora).

Eccoci qui, si riparte!

Chiuso per ozio

siestaE così siamo arrivati al 31. Che come ben sapete, se mi sopportate da un po’, è il mio Capodanno.
Segue la non wi-fi zone, il mese internet free… si cancella, si fa spazio per depurare anima e cervello. Si ozia, senza il bisogno di cercare cose come www.comenonannoiarsi.it al massimo si allunga una mano e si legge uno dei libri tenuti in caldo per il caldo (ma vanno bene pure per i monsoni, grazie al cielo).
Prima di lasciarvi, però, volevo salutarvi con alcune pensieri lieti.

  1. Il primo va a tutti gli esordienti capaci che ho incontrato quest’anno. Quelli che leggono, vivono, si fanno il mazzo e non si definiscono “scrittori” a sproposito (magari se lo dicono sotto la doccia, 2per vedere l’effetto che fa; ma io sotto la doccia canto, perciò la considero zona franca). Autori che son fortunati e hanno talento, sì, ma sono così intelligenti da capire che c’è bisogno di imparare a usarlo. E il mestiere è ciò che fa la vera differenza. Quelli che hanno buttato anche due o tre romanzi prima di pubblicare. Quelli che si son sentiti dire “no” dopo aver pubblicato (e pure venduto) ma non hanno smesso di aver voglia di raccontare storie. Così si fa!
  2. A proposito di autori. Sandra Faè è un’amica e scrive. Quest’anno ha pubblicato due romanzi. Il primo con un editore che ahimè non ha fatto il suo lavoro (il testo prodotto è pessimo, mal ragione_e_pentimentoimpaginato, colmo di refusi… peccato, la storia è buona) e pare che, in corsa, sia pure passato al lato oscuro della forza (cioè si sarebbe trasformato in un Eap, un editeuro che stampa a pagamento). Sandra non si è però data per vinta, ha incontrato l’agenzia letteraria Thesis e ha pubblicato con GoWare. Il romanzo si chiama Ragione e pentimento (è disponibile anche in ebook) e parla di famiglia, di amore. Di tradimento. Nulla è scontato quando capita a te, sembra dirci Francesca, la protagonista, che di rogne ne deve affrontare diverse. Avete presente quando vorresti solo un po’ di serenità? Ecco, no, se vivi, tocca marciare, tenere il ritmo e avere parecchio fiato, perché la vita non aspetta. La vita non ha pazienza. E non lesina colpi di scena, alcuni graditi, altri temuti. In bocca al lupo, Sandra!
  3. Da un po’ di anni ho la gioia di lavorare per Meridiani che è un gran bel giornale di viaggi. Lo so, ogni scarrafone, direte855678 voi… è un monografico, cioè ogni volta si occupa di una destinazione e si prende sempre la briga di raccontarvela da un punto di vista inatteso. Insomma io non amo le frasi fatte, Meridiani detesta i luoghi comuni sui luoghi comuni e non. Per questo ci capiamo. È appena uscito il numero sull’Irlanda che ha una peculiarità che me la rende amatissima: pensate a uno scrittore, quasi di sicuro sarà nato a Dublino! Per questo, nel 2010, l’Unesco l’ha proclamata “città della letteratura”. Ha infatti dato i natali a gente come Abraham Stoker, Wilde, Swift e quel mito assoluto di George Bernard Shaw (con il quale condivido il compleanno, son notizie, lo so) più svariati altri premi Nobel e una pletora di narratori. Più che una città sembra un bigino di Storia della letteratura. Perciò buon viaggio e buoni capolavori!
  4. 8ttmssAl quarto posto ci piazzo le iniziative libresche che d’estate fioriscono sull’italico suolo. Mi ricordano che c’è un popolo di lettori curioso e
    una moltitudine di addetti ai lavori che non si lamenta e fa. Bravi!
  5. La correttezza pagaE chiudo con #lacorrettezzapaga, una iniziativa che nasce da una faccenda poco lieta – la fatica di traduttori, correttori, editor eccetera a farsi pagare –, ma che ha come obiettivo, non la lamentela sterile, quanto una piccola rivoluzione: premiare chi fa bene. Vi ringrazio per tutte le mail, le testimonianze delle vostre avventure e disavventure. Siamo tanti a volerlo, dovremmo riuscirci a far girare le cose un po’ meglio. Noi, grazie a voi, stiamo prendendo appunti preziosi, e non abbiamo intenzione di mollare.

Mi fermo qui e vi ringrazio per questi 11 mesi di chiacchiere, libri, commenti, pensieri e opinioni. Vi auguro un buon agosto ricco di storie da leggere e da vivere. Dal primo settembre sarò di nuovo qui e spero di trovare anche voi.
Ciao!

Cosucce editoriali

FEP_newLOGOE mentre noi siamo qui a discettare di meteo e a farci selfie dalla spiaggia, gli editori europei si sono riuniti – il 29 luglio – a Roma alla presenza di Dario Franceschini (ministro dei Beni, Attività Culturali e del Turismo) per parlare di editoria libraria e altre disgrazie.
C’erano Henrique Mota, il vice presidente della Fep (Federazione degli editori europei); Marco Polillo, il presidente dell’Associazione italiana editori (Aie) e Stefano Mauri, il delegato italiano in seno alla Federazione.
Le questioni trattate? La tutela del diritto d’autore, l’equiparazione dell’Iva degli ebook a quella dei libri cartacei, la concorrenza nel mercato-internet tra gli operatori di ebook.

Kindle_cartoonCosucce, insomma. Perché senza la tutela del copyright per gli autori e per l’industria culturale la vita (leggi sopravvivenza) si fa impossibile. E le nuove modalità di fruizione dei contenuti – per esempio lo streaming – rende la questione impellente.
La faccenda Iva è uno scandalo: il 22 per cento sui libri digitali e il 4 per cento sui cartacei. In Europa le percentuali variano, ma è un problema che riguarda tutti e va risolto a partire da un concetto lampante: i libri sono libri, indipendentemente dal device attraverso cui sono fruiti. Il supporto, l’“oggetto” però incide sui prezzi, perché un libro di carta ha costi di realizzazione e distribuzione che un file non possiede. Quindi, cari editori, non potete farmi pagare unBooks ebook 10 euro, quando il cartaceo costa 15 e, soprattutto, non potete privarmi della possibilità di acquistare la versione digitale di un testo (ma quante volte l’ho scritto quest’anno?). Credete così facendo di favorire i libri di carta? A mio avviso vi perdete una fetta di mercato e basta. Cioè guardate al digitale come a una minaccia non come a una occasione. E lo fate a priori, per partito preso. Tenete prezzi stellari, non insegnate ai lettori “come si fa”, dove si acquistano gli ebook e come, né come si leggono e poi dite: no, il digitale da noi non va, non tira. E ti credo! Senza contare tutti i cartacei che sono ormai fuori collana e potrebbero tornare disponibili in digitale. E, ovvio, pure la faida tra editori e colossi del web va affrontata.

readbook_so_retroCosucce, appunto. Cosucce che riguardano parecchie persone, visto che il mercato dell’editoria europea si attesta sui 22,5miliardi di euro – la produzione è di circa 535mila titoli – e impiega 130mila persone.
E quindi?
E quindi staremo a vedere, ché adesso agosto è alle porte ed è tempo di parlare di meteo e farsi qualche selfie dalla spiaggia (che poi piova e si stia alla scrivania, è un’altra faccenda).

Libri a Colacione # 34

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Radio105

#VOLTAPAGINA la banda delle
La banda delle casse da morto
, Nick Laird, traduzione di Federica Aceto, Minimum Fax, p. 314 (9 euro) anche in ebook
Daniel Williams è scappato dall’Irlanda, si è lasciato alle spalle una vita proletaria e provinciale. Adesso che ha 28 anni sta a Londra, fa l’avvocato, ha un ottimo stipendio e una casa tutta sua. Andrebbe tutto alla grande, c’è pure Hellen, avvenente tirocinante, che lo sta facendo innamorare. Finché non bussa alla sua porta Geordie, amico di vecchia data, con grane al seguito. O meglio grano, perché ha appena sottratto 50mila sterline al fratello della sua fidanzata. Seguono cinque giorni di puro inferno – ché vedersela con killer e terroristi mica è semplice – cinque giorni conditi a suon di risse, pinte di birra e hashish. Che c’entrano le casse da morto? Be’ leggete e lo scoprirete! Un libro per chi sa che la parte più bella dell’essere ragazzi sta nel farsi degli amici speciali. Ma pure per chi vorrebbe cambiare vita dall’oggi al domani…

disperato erotico fox

#DAGUSTARE
Disperato erotico foxBruno Osimo, Marcos y Marcos, p. 288 (16 euro)
Si possono mettere insieme: numeri primi, Lucio Dalla e un manuale di ballo liscio? Bruno Osimo può e lo fa raccontandoci le disavventure amorose di Arturo, professore di lettere cinquantenne. Non vi dico perché – son sadica, lo so – vi basti sapere che nella vita, per evitare brutte sorprese, è meglio non fare sorprese. Comunque.  A un certo punto al nostro Arturo tocca lasciare la casa, pure la città e la macchina e si ritrova in campagna con una vespa scassata. In questa Černobyl’ esistenziale – ed è qui che io mi sono innamorata – Arturo ha una preoccupazione pressante: come farà a portare via dalla vecchia casa tutti i suoi amati libri? Libri che cataloga con sapienza e minuzia (e a ’sto punto è un amore che nasce sotto i migliori auspici). Così, mentre scorrono fiumi di tè, tocca pure rimettersi in piedi e riaprirsi al mondo e alle novità. Basta spalancare la porta di casa, fare amicizia con i vicini – soprattutto con le vicine – non smettere di insegnare e avere pure la pazienza di imparare. Per chi lo sa, nella vita è tutta questione di ritmo.

#BELLISSIMILa vita perfetta di Wiliam Sidis1
La vita perfetta di William Sidis, Morten Brask, traduzione di Ingrid Basso, Iperborea, p. 396 (17,50 euro) anche in ebook
È merito di un amico lettore se ho fatto questa scoperta. Billy, il protagonista, è speciale. Quoziente di intelligenza portentoso, un tipetto che – per capirci – sa leggeere a un anno e mezzo. Latino, greco, nessun problema! Impara dieci lingue e siccome non gli bastano se ne inventa pure un’altra. Billy a 11 anni si può permettere di presentare, ad Harvard, una teoria, una cosuccia sulla Quarta dimensione. Inutile dire che la parola “tranquillità”, se sei un tale prodigio, è un miraggio. E infatti sei braccato dai giornalisti, hai una madre un po’ isterica che ti porta in giro per salotti facendoti esibire neanche fossi un animale da circo e un padre psichiatra che ti studia e usa come una cavia da laboratorio. È un libro potente questo, ricco di contrasti, sovrapposizioni, cambi di direzione… Leggendolo vorrete essere liberi come Bill eppure godrete dei suoi successi e vi renderete conto che tutta la saggezza, tutta la genialità e la cultura, se non si è compresi, se non si viene accolti, sono fardelli. Dimenticavo: William Sidis è esistito veramente.

Essi vivono?

Personaggi credibili
Teste parlanti. Marionette. Gente che blatera e pare preda di una possessione demoniaca. Contenitori vuoti. Incongruenti. Privi di motivazioni…
Più semplicemente personaggi (deficitari) e non persone.
E sono guai, visto che toccherebbe proprio a loro animare, cioè rendere viva ed empatica, la vostra storia.
Ci sono manuali di scrittura che vomitano consigli su consigli e non voglio perciò peggiorare la situazione. Se posso, però, vi suggerisco di dare un’occhiata alla foto del post: è un comodo specchietto per verificare la coerenza emotiva dei vostri eroi.
Se cercate più parole di conforto e non disdegnate gli esempi chiarificatori, potete leggervi con attenzione Scrivila ancora Sam, il corso di Fabio Bonifacci. Corso eccezionale per almeno tre motivi:

  1. per leggerlo basta un click, perché si trova in rete.
  2. Serve per davvero.
  3. È gratis.

Lo so, questa sì che è una chiusa a effetto.

Mai fidarsi dei terrestri

Alien_Reading_the_Paper_by_Carol_KayÈ un marziano e si trova a girovagare nei pressi dell’atmosfera terrestre. Si è perso. Colpa di  quell’aggeggio – il navigatore – che non ha aggiornato le rotte astrali e così, adesso, invece di starsene di fronte a 535665656565kkk, osserva stranito la superficie della Terra. Lo sa perché sta consultando google universal map. Sa che è qui, non ha però idea di come tornare indietro.
Dati i sopraccitati problemucci con le mappe, ammettiamolo, il marziano è una marziana. Perciò adesso sappiamo pure che no, non si è persa, ha solo seguito il suo istinto: una femmina è geneticamente predisposta a scovare i saldi, interstellari o no.
Punta verso la crosta terrestre, ché vuol sgranchirsi le estremità. Ha un fastidio tremendo al terzo piede, col tentacolo destro si tasta la punta dolente, ma cavoli! quelle scarpe le stanno d’incanto.
Procede un po’ a casaccio poi, arrivata all’esosfera, dà un’occhiata dall’alto: intravede una buffa escrescenza di terra, sembra il modello di stivali che andava tanto la circonvoluzione scorsa e lo interpreta come un dato propizio. Così parcheggia la navicella (urtando un satellite ovviamente sbucato all’improvviso) e si cerebrotrasporta a Milano, anche se lei non lo sa, ma pazienza. Sarà il caldo, saranno le scie chimiche, ma il suo GPS interno deve essere un po’ sfasato, perché invece di piombare in una boutique del quadrilatero eccola lì. Cioè qui. Di fianco a me.

9435658-funny-concept-of-alien-invasionMai apprezzato tanto la scelta vegetariana! Non può certo dire lo stesso il mio Ficus Benjamin.
Parliamo del più e del meno – cioè ci si lamenta di questo e di quello, mezze stagioni cosmiche comprese, e son cose che ti fanno davvero sentire cittadina dell’universo – poi mi mostra la foto dei suoi piccoli che radono al suolo una specie di foresta, io un video di SataNana alla recita che salta modello Keith Flint dei Prodigy.
Adesso che abbiamo appurato di avere entrambe delle creature mostruose, ci sentiamo in sintonia e pazienza per tentacoli, nasi, uncini… che vuoi che sia?!
Parliamo del nostro lavoro. Lei si occupa di programmare una specie di serra ghiacciata dove si producono vegetali a me ignoti e altre faccende strampalate, ma quando tento di spiegarle quanto buffo sia pure il mestiere dell’editor ecco che colgo una strana luce nel suo occhio.
Fruga nella tracolla (pure le marziane hanno borse che son peggio di un buco nero) ed estrae una specie di foglio elettronico, tipo tablet ma più gommoso e leggero. Penso che mi voglia donare un gioiello tecnologico e sono emozionata come Mosè di fronte alle tavole.
Lei sorride e mi dice che suo marito, che adesso sta facendo il venditore porta a porta di alghe atomiche, è un vero talento. Un talento sprecato. E tutta quella creatività va condivisa e apprezzata. E il pubblico lo adorerebbe. E i lettori impazzirebbero come impazzisce lei. E i parenti e gli amici e la maestra delle elementari.
Entro in modalità standby (cosa che succede sempre in questi casi) ma una parola la rintraccio perché la scandisce, solenne: po-e-sie.
Sto per emettere la risposta standard: “Non mi occupo di po…” ma la marziana è incontenibile. Dice che il marito adorato ha abbandonato i versi ché lo costringevano, lo limitavano e, finalmente, lo ha terminato: IL romanzo. 500 cartelle corpo 9, interlinea meno due, margini 0. E mentre blatera mi allunga il tentacolo con il dattiloscritto alieno.
Ed è qui che succede.
A vederlo da fuori deve essere stato più o meno così: fauci spalancate, bava che gronda al pavimento, denti – aguzzi – che brillano in controluce e il povero corpiciattolo che, come nelle fiabe, viene divorato in un sol boccone.
Dei terrestri non c’è da fidarsi, soprattutto delle editor carnivore.

Libri a Colacione # 33

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Radio105

#VOLTAPAGINAUna-piccola-libreria-a-parig
Una piccola libreria a ParigiNina George, traduzione di Valentina Rancati, Sperling & Kupfer, p. 309 (16,90 euro) anche in ebook
Immaginate una libreria molto speciale, perché questa galleggia sull’acqua. E non è acqua qualsiasi, perché si tratta della Senna. E questa chiatta, ormeggiata nel porticciolo degli Champs-Élysées, si chiama “Farmacia letteraria”. Il farmacista, se così si può dire, che l’ha creata e la gestisce è un uomo di mezza età e si chiama Jean Perdu. Lui è convinto che non ci sia nulla di più pratico e utile di un libro. E siccome ne è convinto, cura il manipolo di esistenze sgangherate che lo circonda con le storie di cui dispone. Certo è bravissimo con gli altri ma lo è di meno con se stesso. E lui di bisogno ne avrebbe eccome. Per esempio toccherebbe affrontarla una buona volta quella benedetta lettera. Sì, quella che custodisce, chiusa, da anni. A scriverla è stata Manon, la donna che amava e che un giorno è svanita nel nulla. E se credete che vi racconti altro, sbagliate! Se pensate che tra libro e lettore debba scoccare il colpo di fulmine, questo fa al caso vostro.

La regina degli scacchi#DAGUSTARE
La regina degli scacchiWalter Tevis, traduzione di Angelica Cecchi, Minimum Fax, p. 322 (9 euro) anche in ebook
Se ignorate chi sia Bobby Fisher, è probabile che sappiate poco e nulla di scacchi. Di questo mondo magico e misterioso, del suo linguaggio tra il poetico e fiabesco a base di gambetti, aperture, re e regine. La protagonista di questa storia è Ruth, una bimba e no, lei non è granché fortunata. Ha perso mamma e papà ed è finita in orfanotrofio. Qui, tra crudeltà e maltrattamenti, trova un’isola felice nel sotterraneo dell’istituto e un alleato nel custode. E sarà proprio lui a insegnarle tutto quello che sa sugli scacchi scoprendo nella piccola una attitudine eccezionale per questo sport. Arriva poi una famiglia ad adottarla, ma Ruth ve l’ho detto non è troppo fortunata, e infatti il nuovo papà svanisce nel nulla. Ciò che non manca alla piccola è il talento, talento che la sua mamma adottiva coltiva ma che ahimè non è un antidoto alla solitudine, anzi, l’eccellenza è spesso è una garanzia di emarginazione. Un viaggio nella genialità per chi avrebbe voluto essere un bimbo speciale e non sa che rogne (e dolori) ha scansato.

#BELLISSIMIFantasmi_del_passato
Fantasmi del passato, Marco Vichi, Guanda, p. 505 (18,50 euro) anche in ebook
Torna il commissario Bordelli che se l’è appena dovuta vedere con l’alluvione di Firenze (siamo nel 1967) e, soprattutto, con un caso di pedofilia. Doloroso, indigesto… che ha lasciato pesanti strascichi nella sua esistenza. E adesso che è passato un anno e Firenze si è scrollata di dosso la tragedia (ma i segni dell’Arno su muri e palazzi sono come impronte digitali) ha una vita fitta di assenze – la madre morta; una storia d’amore archiviata; il cane Blisk che se ne è andato così come è arrivato, in un lampo – e sarà colpa del Natale imminente ma lo spirito è davvero malinconico. Nel frattempo – siamo nell’Italia del boom dopata a suon di progresso e sviluppo – viene ritrovato il cadavere di Antonio Migliorini. Vedovo di fascino, pugnalato nella sua villa. Come indagine comanda le piste sono canoniche: delitto passionale? Vendetta? Scopritelo! Bordelli come sempre ti cattura. È un uomo sensibile, onesto, non è pio, perché di errori ne combina, ma non si racconta bugie e non le racconta ai lettori. Vichi è un autore altrettanto onesto, generoso con i personaggi e le vicende portati sulla pagina perché non si intromette mai e, soprattutto, possiede un talento cristallino. Un libro per i saggi che sanno farsi amare anche così: facendosi raccontare una storia.

Frasefattismo: si salvi chi può!

creativityVolete fare i narratori e scrivete cose come: “Fisico/panorama mozzafiato”, “cuore in gola”, “brivido lungo la schiena”. Alle volte sfoderate pure le care “lamiere contorte” che fa tanto TG4 e come il nero son sempre di moda. In alcuni casi toccate vette poetiche inaudite – non temete proprio nulla eh – e ve ne uscite con uno strabiliante “svanire nel nulla” depenalizzato solo per i nostalgici de La storia infinita.

Se vi siete riconosciuti, avete un problema.
E prima che lo abbiano anche gli sventurati lettori e, soprattutto, prima di aggiungere anche una sola sillaba al vostro dattiloscritto, tocca rimediare (non provare, qui si rimedia per forza, il talento non c’entra). Quindi attenzione o come direbbero alcuni: aprite le orecchie, drizzate le antenne!
Il Frasefattismo è il nemico della creatività. A ogni modo di dire trito, muore una idea originale. E un lettore si annoia. Perché chi se ne frega di leggere quello che dicono tutti e tutti sanno, usando per di più le solite quattro parole. Cercate strade nuove, soluzioni altre oppure ditelo semplice, ditelo e basta.

Siccome è vietato fare della lamentela una perversione onanistica, passiamo ai fatti: ecco qui un bell’elenco di tutte le cose che non dovete dire, mai! Cosi potrete concentrarvi su quelle da dire.

Rimorchiare lettori


È in rete da un po’ ma da poco è anche sottotitolato (la lingua originale è preservata, così anche Muccino è contento). Ed è un ottimo pretesto per affrontare un tema spinoso.
I booktrailer.

Lo so che sapete che cosa sono… Però andando a zonzo per il web e schivando filmati orridi manco fossero iceberg, qualche perplessità sulla chiarezza della faccenda c’è. Trattasi di trailer che parla di un libro, dove per trailer si intende un promo, cioè un filmato promozionale che dovrebbe appunto “trainare”, “rimorchiare” l’attenzione del lettore tanto da indurlo, in questo caso, a comprare il titolo.
Non è uno spot in cui un tizio dice “quanto è bello, che figata, compralo, leggilo!”. Cioè non è una video-fascetta.
Per il cinema le cose son tanto più semplici (non facili, c’è una enorme differenza). Il medium di destinazione è lo stesso – il video – e alla base di tutto ci deve essere sempre una storia da raccontare, una regia che lo permetta e un montaggio che lo faccia al meglio… Si selezionano quindi le scene più adatte per raccontare il film (si pescato tra quelle girate, tagliate o no, o se ne girano di apposite) e il gioco è fatto. Quindi nel cinema è più semplice disporre del materiale e sapere cosa farsene ma non è comunque facile (né scontato) realizzare un prodotto di qualità.

Film CrewPer un libro la questione è diversa perché il medium di destinazione cambia: da una parte abbiamo le nostre amate parole, dall’altro le immagini. Quindi per realizzare il trailer ci serve tutto il resto! Inutile dire che ha ragione Anna Da Re quando precisa: “Ci vuole un’idea, ci vuole una sceneggiatura, ci vuole un cast, ci vuole una regia, ci vuole un editing. Ci vogliono dei soldi”.
Perciò se non siete ricchi, non avete amici registi e/o attori, non sapete che diavolo sia uno script forse è meglio lasciar perdere.
Prendendo a esempio questo post sui “migliori” booktrailer mai realizzati – la classifica è a dir poco discutibile, ma offre spunti utili – ecco le mie pillole di saggezza.

  1. State facendo un video per essere più immediati. Per veicolare i contenuti in modo efficace. Evitate di massacrare il povero spettatore con 10 minuti di filmato intimista, con musica da suicidio, fruscio di pagine e voce d’oltretomba. Per me, se non siete Spielberg, un minuto è l’ideale, due abbastanza, tre son troppi. (Chiedetelo alla Motion Picture Association of America).
  2. Non state facendo una video-reading, il trailer è un’altra cosa. Si tratterebbe di mettere una storia in scena, mostrarla, non di leggerla allo spettatore. Detto questo: questo piano B è una soluzione praticabile. Basta prendere (si fa per dire) un attore capace, selezionare delle pagine convincenti e via. Se quello che avete scritto fa schifo, pure il video farà schifo, ma è di certo onesto con il lettore (gli date un assaggio di ciò che comprerà) e meno complicato da realizzare. (Per esempio date un occhio a questo attacco.) Anche qui, il vostro motto dovrebbe essere: il meno è più. Perciò stringete!
  3. Un booktrailer spesso è il risultato della somma di immagini + musica + parole in sovraimpressione. Questa è un’altra scorciatoia. Ovvio. Ma se avete gusto, se sapete selezionare il materiale e montarlo (e se sarete brevi!) potrebbe avere il suo effetto (come è stato fatto qui). Certo, occhio alla violazione del copyright. Quello che pescate in rete non è vostro.
  4. Se siete dei maghi del disegno, le possibilità si moltiplicano. Perciò ringraziate il buon dio e datevi da fare.
  5. Io detesto gli “strilli” sulla quarta di copertina quasi quanto le fascette. Avete presente? Quelle frasi lapidarie del tipo: “Scribacchinus non ha talento, è il talento!” “Qualsiasi cosa pensi Scriventes è il verbo. Figuratevi quando la scrive!” “Auteuro era ignoto ai più, prima di vendere 600.000.000.000.000.000.000 di copie nell’Universo. Saranno mica tutti scemi!?”. Ecco, gli strilli sono ridicoli soprattutto se l’autore del testo e l’autore delle frasi coincidono (traduco per gli amici che ci seguono dall’estero: “You sing e play it too). Perciò se potete, non iniziate un trailer con quelli. Applausi al seguente fake.
  6. Fiumi di parole… ovvero l’autore che confonde il booktrailer con la videointervista. Non voglio essere pignola, ma se ti chiedo un caffè e mi dai un bicchiere d’acqua non è lo stesso. Se dici booktrailer, provaci suvvia. Non riuscire a mantenere le promesse nella promozione non è una gran pubblicità (ricordate la faccenda del patto silenzioso tra lettore e autore?). La credibilità ha il suo peso quando chiedete a tizio di sborsare per della carta rilegata.
  7. Se vi sentite persi, chiedete a chi lo fa di mestiere.
  8. Non pensiate che con un booktrailer le vendite del vostro libro subiranno una impennata. Chi lo crede, crede pure che si possano fare soldi aprendo un blog. O meglio, credeva, prima di finire sul lastrico.
  9. Provate a essere creativi. Però se il vostro libro è drammatico e la gente guardando il trailer si sbellica dalle risate, qualcosa è andato storto. Cercate di essere meno creativi e di essere pure un po’ oggettivi.
  10. Fate sul serio, non prendetevi troppo sul serio.

Libri a Colacione # 32

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Radio105#VOLTAPAGINAL’estate dei segreti perduti
L’estate dei segreti perdutiEmily Lockhart, traduzione di Simona Mambrini, De Agostini, p. 313 (14,90 euro) anche in ebook
“Benvenuti nella splendida famiglia Sinclair. Qui non ci sono criminali. Non ci sono drogati. Non ci sono falliti. I Sinclair sono atletici, alti e belli. Siamo una facoltosa famiglia di stirpe democratica. Abbiamo sorrisi smaglianti, menti squadrati e un temibile servizio a tennis.”
Cady, la protagonista, è una Sinclair. Ma qualcosa ha minato tanta perfezione. A 15 anni infatti, in vacanza come sempre a Beechwood, una isoletta privata al largo delle coste del Massachusetts, non solo si è innamorata di un amore che più sbagliato non si può (per la sua famiglia, è chiaro) ma ha avuto pure un incidente. Due anni dopo, Candy torna sull’isola e affronta i segreti o meglio le bugie della sua famiglia. Inutile che chiediate di più, io non parlerò! Un libro che tutte le madri fregheranno con gusto alle proprie figlie. Per chi sa che l’infelicità non si fa corrompere facilmente, per sconfiggerla tocca cambiare le cose davvero.

Armi di famiglia#DAGUSTARE
Armi di famigliaFrancesca Lancini, Bompiani, p. 229 (17 euro) anche in ebook
Altro romanzo altra famiglia. Se dovessimo riassumere il tutto con una frase, sarebbe “dimmi da dove vieni e ti dirò chi sei (e pure dove vai)”. Nella famiglia Vento innanzitutto si producono armi (siamo nel Bresciano), cioè fucili da collezione e da caccia. Ed è buffo – per il nonno patriarca un po’ meno – l’amministratore delegato e una donna e son donne pure le quattro figlie. Tutto inizia quando la figlia più piccola, Olivia (che in un plotone di V, Vittoria, Viviana, Virginia, Viola, spicca!), fa recapitare a tutti un biglietto in cui indice una riunione di famiglia nella casa padronale. È un evento insolito, ché non si vedono da tempo. Solo che al posto di Olivia, si presenta tale Elio. E la faccenda si complica a suon di liti e drammi vari. Il nemico da battere? I cliché, le convenzioni e, soprattutto, i non detti… Un libro per chi fa della verità il proprio timone e dell’amore l’arma più potente (tanto a portata di mano quanto difficile da usare) a propria disposizione.

#BELLISSIMIMI è passato il mal di schiena
Mi è passato il mal di schiena, David Foenkinos, traduzione di Alberto Bracci Testasecca, e/o, p. 292 (18 euro) anche in ebook
Altro che male oscuro, qui il protagonista se la deve vedere con un problema ben identificato. Una domenica, infatti, questo quarantenne architetto maritato e padre di due figli è a pranzo – lui e la moglie hanno invitato nella casetta con giardino in cui si sono appena trasferiti, una coppia di amici – ed ecco che avverte un fastidio alla schiena. Piccole fitte, niente di che, fastidiose certo ma lui detesta essere argomento di conversazione. È convinto, ovvio, che passi ma niente… inizia così una peregrinazione senza soluzione di continuità tra medici e specialisti vari. Solo che nessuno capisce cosa diavolo sia e, come da copione, se non c’è una causa, non c’è pure la malattia e tocca vedersela con la testa, la psicosomatica. E mentre l’uomo va a caccia del perché, questo male attacca la sua intera vita e la corrode: addio perfezione nel lavoro, nella coppia, nella famiglia, nel rapporto con i figli. Il punto – e qui sta il talento dell’autore – è che in questa ripetitività alienante (ricorda la musica minimalista) riderete un sacco. Ché questa è una commedia come tale i personaggi si prendono terribilmente sul serio mentre soffrono. E proprio quando il protagonista (senza nome) è più disperato e non sa più cosa fare ecco che la vita, gli presenta una soluzione. Per chi sa bene quanto il dolore sia diabolico: una rogna ma anche un salvifico campanello d’allarme.