Dosi precise, guai a esagerare

prideCi sono film che hai visto “prima”. Sì, già prima di vederli ché sono fratelli o cugini di altrettanti film che avevi già visto e di cui poi ti sei scordato. Film carini, con personaggi carini e autori capaci di strapparti qualche sorriso – anzi, dei sorrisini – ma che galleggiano in un limbo, un monocromo fatto di noiosa giustezza.
Ecco, se non ti fossi dimenticata, non saresti andata a vedere nemmeno questo: Pride.

La storia è vera. Siamo nel 1984 al comando c’è la signora di ferro, Margaret Thatcher, che non cede alle richieste dei minatori. Il problema? Lo smantellamento di diversi siti estrattivi e le condizioni – spaventose – di questo lavoro. Finché i minatori non decidono di entrare in sciopero.
Durante il Gay Pride di Londra, un gruppo di gay e lesbiche decide di sposare la causa e sostenere le famiglie dei minatori. Così il giovane attivista Mark (Ben Schnetzer), Joe Copper (George Mackay, che nel film interpreta il ruolo del ragazzo costretto a nascondere la propria omosessualità a causa di una famiglia conservatrice), la lesbica Steph, il libraio Gethin e il suo compagno Jonathan (Dominic West), l’intellettuale Mike formano la Lgsm (Lesbians and Gays Support themaxresdefault Miners). Solo che questo aiuto causa non pochi imbarazzi alla Num, l’Unione nazionale dei minatori e i soldi raccolti nessuno li vuole. Ma gli attivisti non si scoraggiano, si muniscono di mini bus e puntano dritti verso Dulais Valley, Onllwyn, Galles del Sud, un villaggio di minatori in sciopero da ormai sei mesi. Ed ecco che i due mondi impatteranno l’un con l’altro ma no, nessuna guerra: il sodalizio sarà perfetto.

La vita, si sa, è parecchio creativa e la storia sulla carta risulta assai gustosa, senza contare tutto il meraviglioso bagaglio di contenuti e messaggi. Il problema è che il britannico Matthew Warchus a scuola doveva essere uno che Paddy Considineprendeva sempre sei e ha continuato a puntare alla sufficienza senza guizzi. Non ci sono errori, non ci sono sbavature… ma non ci sono neppure picchi degni di nota. Il conflitto – a parte quello furbetto che muove la trama il giusto – è stato narcotizzato e messo a tacere, così da non disturbare il mood festaiolo e politically correct in sala. E lo sceneggiatore Stephen Beresford non è stato da meno: nella sua ricetta ha previsto dosi precise (guai a esagerare) di impegno sociale, commozione e risate. Nulla di meno, niente di più.

Quindi sì, saranno due ore carine ma ve le dimenticherete alla svelta. Fino al prossimo film furbetto, ovvio.

Title: Pride
Directed by: Matthew Warchus
Written by: Stephen Beresford
Film Editing: Melanie Oliver
Soundtrack: Christopher Nightingale
Produced by: David Livingstone
Production company: BBC Films Calamity Films
Starring: Bill Nighy, Imelda Staunton, Dominic West, Paddy Considine, Andrew Scott, George MacKay, Joseph Gilgun, Ben Schnetzer
Running time: 120 min
United Kingdom 2014

Percorso al buio

ombre

Il buio mi è sempre piaciuto, succedono le cose migliori: si vedono le stelle, arrivano i primi baci e si consumano gli amori giovanili, si accende il cinema, si corre in moto nella notte.
Si possono mascherare le proprie debolezze, le paure. Credersi più grandi di quanto siamo.
Quando poi si è guidati da una donna dalla voce sinuosa e calda, tutto sembra meno nebuloso.
Il bastone che abbiamo impugnato, piccoli esploratori di un mondo in cui abbiamo perso la certezza della vista, ha aiutato parecchio.

Il percorso al buio organizzato per l’occasione da Stefania Nascimbeni con l’Istituto dei ciechi di via Vivaio è stata una magnifica esperienza.
Non credo che la rifarò, mi è bastata l’intensa visione del buio, mi rimarrà dentro, perché ripetere un percorso che ha come prima qualità l’essere una novità nella mia vita?
Grazie a tutti, però, chapeau…

Mi sono mosso all’interno delle vie scure con Chiara sempre vicino, e questo mi è piaciuto: ho capito che è una persona di cui mi posso fidare, è un’amica, sincera, entusiasta, preziosa.
Il tatto ha funzionato meglio che l’udito, le altre voci erano quasi di disturbo, i profumi erano densi e meravigliosi, mi hanno portato nelle piantagioni di caffè, e nei peggiori bar di Milano vecchia, dove punkabbestia senza soldi bevevano sambuca nelle mattinate di sole tra le macerie della mia giovinezza.
Ecco che poi si sale su di una barca e tutto diventa una scoperta fantastica e iperreale al tempo stesso: il rumore del motore, l’aria marina che ti soffia in faccia, un’ideale isola da raggiungere: lì mi sono sentito a casa. Per questo motivo ho chiuso gli occhi inutili e ho appoggiato il mento sulle mani che tenevano il bastone: mi sono sentito a casa, per mare, per una volta. Infinitamente…

Alla fine del percorso sono arrivato a un bar, anche i piccoli gruppi che ci precedevano erano lì, tutti al buio, a parlare, a raccontare l’esperienza appena vissuta. Tutti entusiasti, un po’ enfatici, forse.
Ero seduto su una sedia, ma mentre nessuno mi vedeva ho appoggiato la faccia sulle braccia incrociate sopra il bancone, stanco, stremato per aver acceso sensi che di solito rimangono un po’ assopiti durante il giorno.
Sentivo le voci degli altri e mi sono ritrovato nella mia infanzia perduta.
Il volto tra le mani, accucciato sulla sedia, ordinando un’acqua naturale, mi sono venuti in mente i grandi pranzi degli zii con mio padre, le loro voci che si perdevano nel fragore delle risate, delle battute.

Io stavo spesso raggomitolato sopra una poltrona poco distante e ascoltavo il vociare allegro, mi destavo un poco quando per un istante che sembrava eterno, tutti facevano silenzio: in quel momento alzavo la testa e li guardavo, i grandi, per capire se fosse successo qualcosa. Ma appena riprendevano a parlare capivo che era passato, che tutto andava bene, che quel posto era sicuro e io potevo riposare sulla poltrona, e riprendevo il mio sonnecchiare, distante, immaginando che un giorno avrei preso posto alla tavola dei grandi.

Per questo motivo, dopo aver bevuto la mia acqua e aver ascoltato l’incastro delle voci degli altri scrittori, gli amici di Stefania, simpatici, cordiali, ben disposti, me ne sono andato.
Mi dispiace di averlo fatto, ma quel vocio allegro mi riportava in una dimensione che avevo quasi dimenticato. Mi è sembrato di perdere la mia maturità, di ritornare a quell’infanzia in cui non avevo ancora posto tra i grandi e questo, oggi, non posso più farlo.
Grazie di cuore a tutti, è stata un’esperienza memorabile e intensa. Indimenticabile.

© di Giovanni Gastel Jr

Di solito non capisco niente

_camus_1307643066© di Aldo Costa

Sono un po’ stufo di finire i libri e chiedermi che cosa ho capito. Di solito non capisco niente. Per esempio, quando ho letto La peste di Camus, io ho capito che a Orano c’era la peste e siccome i racconti di malattie epidemiche mi piacciono un sacco, mi ero gustato anche la Peste. Solo dopo, vado a leggere i commenti e scopro che la peste è tutta una metafora per parlare del totalitarismo. Gesù. E io non me ne sono accorto? È come quando sei cornuto e sei l’ultimo a saperlo.

Murakami mi mette in crisi più di Camus, perché qui è evidente che c’è qualcosa da capire, un secondo significato dacover
individuare. Il mio problema è che oltre a non trovare questo secondo significato nascosto, non mi è chiaro nemmeno il primo. Preferisco di gran lunga il corvo parlante: con un po’ di pazienza si riesce a ricostruire la sua frase e anche a trovare l’oggetto nascosto. Qui è un casino: chi è l’uomo pecora? Esiste davvero? Chi ha ucciso Mei? E che cosa rappresenta quel poveraccio con un braccio solo che esiste solo per morire investito? Potrei andare avanti con i miei dubbi che sono più di mille, ma non vorrei farne venire a chi non ne ha. E quindi stop. Anche con Murakami.

Dance dance danceHaruki Murakami, traduzione di Giorgio Amitrano, Einaudi, p.485 (15 euro) ebook (6,99 euro)
La peste, Albert Camus, traduzione di Beniamino Dal Fabbro, Bompiani, p. 245 (10 euro)  ebook (6,99)

Sitcom, corsivi e band da rimettere in piedi

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Radio105

Funny girl#VOLTAPAGINA
Funny Girl, Nick Hornby, traduzione di Silvia Piraccini, Guanda, p. 373 (18,50 euro) ebook (10,99)
Siamo negli anni Sessanta, Barbara viene da Blackpool ed è bellissima. Perciò che vinca il concorso di bellezza cui sta partecipando non è affatto strano. Quello che è strano è che a Barbara non importa, lei ha un mito soltanto: Lucille Ball la star televisiva degli anni Cinquanta famosa per la sitcom I love Lucy (Lucy ed io in Italia sono andati in onda solo 13 episodi nel 1960). E tutto ciò che desidera Barbara è far ridere la gente. Nel frattempo Tony Holmes e Bill Gardiner, due produttori televisivi sono alla disperata ricerca di una protagonista per la loro nuova serie tv Gioie del matrimonio. Ed ecco che incappano nella nostra Barbara bellissima e travolgente: la serie cambia nome, diventa Barbara (e Jim) e decolla. Così Barbara, da reginetta di bellezza di provincia, diventa Sophie Straw, l’attrice elegante e di successo. Ma stare tra registi, attori e autori non è certo cosa semplice. Non è semplice ricordarsi chi sei, qual è la vita reale e, soprattutto, che tutto ha un inizio e una fine. Se amate Londra, la Swingin’ London, se adorate le sit-com non potete perdervelo. Un romanzo che ci ricorda una cosa apparentemente semplice: essere portati e bravi a fare qualcosa, non conta, conta quello che davvero vogliamo fare.

#DAGUSTAREmammifero italiano
Mammifero italiano, Giorgio Manganelli, Adelphi, p. 150 (10 euro) ebook (4,99)
Manganelli è stato uno scrittore, un critico letterario, un traduttore e un giornalista. Famosissimi i suoi corsivi: “Poche righe, rapide e mortali” e questa, in rigoroso ordine alfabetico per tema trattato, è appunto una raccolta dei suoi pezzi usciti su varie testate tra il 1972 e il 1989. Perché leggerli nel 2014? Perché pare che l’Italia con i suoi difetti non sia cambiata poi tanto e, infatti, anche se sono passati decenni da quando sono stati scritti, troverete questi pezzi di una attualità sorprendente. E vanno letti e gustati perché sono scritti come gli articoli spesso, ahimè, non lo sono più, pur essendo estremamente fruibili, sono acuti, ironici, caustici, controcorrente per i tempi… pure per i tempi odierni, dove è tanto più facile dire poco e dire bene ché disturbare, si sa, è peccato. Qualche esempio? Si parla di Carosello, il nucleare, l’aborto, l’automobile, l’inglese, le raccomandazioni ma soprattutto la famiglia, la patria, le tasse e tutte quelle istituzioni, alcune polverose altre intoccabili, che per Manganelli sono bersagli ideali per una penna acuminata al punto giusto. Per chi sente il bisogno di idee e di coraggio.

Nato sette volte#BELLISSIMI
Nato sette volte, Tito Faraci, Indiana editore, p. 126 (9,50 euro)
Un’idea improbabile quella di Luca, cioè rimettere in piedi i Litania. Una band parecchio scalcinata, secondo il suo amico Matteo: “Facevano cagare ed erano una brutta copia dei Litfiba”. Però la colpa di questa idea, in effetti, sarebbe pure un po’ di Matteo e del suo libro Anestesia totale, dove si parla appunto dei Litania, della loro amicizia, dei tempi belli da ricordare. Un libro che gli è particolarmente caro perché ha lo stesso titolo di una fanzine che, qualche era geologica fa, era uscita accompagnata da una cassetta di band “emergenti della new wave italiana”. Insomma anche se Luca non glielo spiega, o meglio, Matteo non glielo chiede, tocca cominciare da capo, tocca ripartire da lì, dai Litania. Solo che le cose son cambiate e parecchio. Gli anni passati sono trenta, tanto per dire, Luca ne ha 49 è separato, male, da Alessandra con prole (Giacomo e Serena, piuttosto incavolati con lui) e quasi manco si ricorda chi fossero i componenti della band fondata all’università di Pavia. E così parte la caccia all’uomo e, nel contempo, ci viene raccontata anche la storia di come questa band è nata. Se vi chiedete del perché del titolo, sappiate che ha a che vedere con le cellule, ma non dico altro… Se volete sfidare il tempo che passa a colpi di risate, leggetelo!

Non innamorarti mai

9788807018909_quarta.jpg.448x698_q100_upscaleUn bambino nasce nella notte più fredda del mondo. Il suo cuore è completamente ghiacciato e non batte. Così la levatrice (che pare una scienziata pazza) sapete un po’ che decide di fare?
Di impiantargli un orologio a cucù.
E se pensate che il cuore sia un organo delicato, non potete immaginare quanto sia fragile il meccanismo di un orologio. Qualsiasi emozione forte potrebbe comprometterne il funzionamento. Le lancette spezzarsi e ferirlo… Perciò Jack, per sopravvivere, dovrebbe bandire ogni turbamento, soprattutto quello più intenso: l’amore.

Uno, non toccare le lancette.
Due, domina la rabbia.
Tre, non innamorarti, mai e poi mai.
Altrimenti, nell’orologio del tuo cuore, la grande lancetta delle ore ti trafiggerà per sempre la pelle, le tue ossa si frantumeranno, e la meccanica del cuore andrà di nuovo in pezzi.

La vita ha però altri piani e, infatti, alla prima uscita il giovane incappa in una la-meccanica-del-cuore-10creatura piena di malia, una piccola cantante andalusa, e se ne innamora. Pazienza se questo significa fuggire, peregrinare per il mondo e rischiare tutto.
Non è un libro perfetto ma mi ha colpita. L’autore, Mathias Malzieu, è un cantante (la voce dei Dionysos) e ha infatti un ritmo tutto suo nel raccontare, non gli mancano le parole, le sue intendo, e neppure la creatività. Ed è coraggioso. Per questo ha scelto una fiaba e come tutte le fiabe è uno strumento 163508348-63ab6c88-5c35-458e-8576-fa66775b430bper affrontare le paure e scardinare credenze (e trattare temi delicatissimi come la diversità), mischia con estro magia e quotidianità e sa essere al contempo lieve, terrena, carnale, dura…  Malzieu l’ha ambientata in un Ottocento surreale zeppo di riferimenti quotidiani (calcistici soprattutto, ma non manca il meteo) con un protagonista che a dieci anni ama come un adulto (o sono gli adulti ad amare come i bambini?). È una fiaba e ha potere di parlarti. Ognuno, nel sussurro delle pagine, sentirà ciò di cui ha bisogno.

Un regalo per chi? Crede che l’amore valga comunque la pena, sa cosa significa essere “diversi”, il freddo, le trovate curiose, i cantanti che scrivono romanzi, le storie di formazione, il surreale.

Incipit
Il 16 aprile del 1874 nevica su Edimburgo. Un freddo cane, fuori del normale, inchioda la città. I vecchi commentano che potrebbe essere il giorno più freddo del mondo. Il sole sembra scomparso per sempre. Il vento è sferzante, i fiocchi di neve sono più leggeri dell’aria. BIANCO! BIANCO! BIANCO! Esplosione sorda. Non si vede altro. Le case ricordano locomotive a vapore, il fumo grigiastro che esala dai camini fa scintillare un cielo d’acciaio.
Edimburgo e le sue ripide strade subiscono una metamorfosi. Una dopo l’altra le fontane si trasformano in composizioni di ghiaccio. Il vecchio fiume, in genere molto serio nel suo ruolo di fiume, si è mascherato da lago di zucchero a velo che si estende fino al mare. Il frastuono della risacca echeggia come vetri rotti. La brina produce meraviglie ricoprendo di paillette il corpo dei gatti. Gli alberi somigliano a grandi fate in camicia da notte, che distendono le braccia, sbadigliano alla luna e guardano le carrozze slittare su una pista di pattinaggio lastricata. È talmente freddo che gli uccelli si congelano in volo prima di schiantarsi al suolo. Cadendo fanno un rumore incredibilmente dolce per essere un rumore di morte.
È il giorno più freddo del mondo. Proprio oggi mi accingo a nascere.
Accade in una vecchia casa in bilico sulla cima della collina più elevata di Edimburgo – Arthur’s Seat –, un vulcano incastonato nel quarzo blu, sulla cui vetta raccontano che riposi la salma del buon vecchio re Artù. Il tetto della casa è altissimo e molto aguzzo. Il camino a forma di coltello da macellaio punta alle stelle. La luna ci affila le sue falci. Non c’è nessuno qui, solo alberi. All’interno è tutto di legno, come se la casa fosse scolpita in un enorme abete. Sembra quasi di entrare in una capanna: una profusione di travi scabre a vista, finestrelle recuperate dal cimitero dei treni, un tavolo basso ricavato direttamente da un ceppo. Innumerevoli cuscini di lana riempiti con foglie morte ricamano un’atmosfera da nido. In questa casa avvengono molti parti clandestini.
Qui vive la strana dottoressa Madeleine, una levatrice che gli abitanti della città considerano pazza. È abbastanza graziosa per essere una vecchia signora. La scintilla del suo sguardo è intatta, ma ha una specie di falso contatto nel sorriso.
Mette al mondo i figli delle prostitute, delle donne abbandonate, troppo giovani o troppo infedeli per partorire nel circuito classico. Oltre ai parti, la dottoressa Madeleine adora riparare la gente. È una grande esperta di protesi meccaniche, occhi di vetro, gambe di legno… Nel suo laboratorio si trova di tutto.
Alla fine del diciannovesimo secolo, tanto basta per essere sospettati di stregoneria. In città si racconta che uccida i neonati per farne schiavi ectoplasmatici e che si accoppi con volatili di ogni genere per dare vita a creature mostruose.

La meccanica del cuore, Mathias Malzieu, traduzione di Cinzia Poli, Feltrinelli, p. 147 (8 euro) ebook (5,99 euro)

© Storia suggerita da Chiara Povero

Cassani? È decollato!

MicuzziTutto è iniziato con Sottotraccia. Pioggia Battente, il suo secondo romanzo, mi aveva definitivamente conquistato. E poi? E poi me lo ero un po’ perso (colpa mia, mica sua!).
Tutto si sistema, però, se hai amici lettori. Io, per esempio, sono stata redarguita: “Lo hai letto Soltanto silenzio, guarda ché Cassani è decollato!” Nel letturese, l’oscuro linguaggio di noi fiction-maniaci, significa che si tratta davvero di una buona prova.
Quando si dice lettrice avvisata…

In effetti, Micuzzi lo ritrovo più in forma che mai. Alessandro Maria, rosso di pelo e arruffato, oltre alla grappa Nardini e ai toscanelli, ha una passione per i dettagli. Una inclinazione naturale per metterli insieme, vederne i legami. I legami, quelli della sua vita privata, invece sono spesso sacrificati al lavoro. Stavolta no, infatti il lavoro si mischia in modo preoccupante – per il povero Micuzzi – con faccende decisamente personali che prendono il nome di Margherita, la sua ex moglie. La quale, però, ha intenzione di diventare moglie di nuovo, non sua ovvio, e sta infatti per risposarsi. La donna pretende pure che Micuzzi faccia da testimone e che incontri e conosca Gaetano Mastronardi, il futuro consorte.
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Il numero imperfetto (perlomeno in amore)

maxresdefaultPerdere i treni, alle volte, regala qualcosa. A Marc (Benoît Poelvoorde) – in trasferta di lavoro in una cittadina di provincia – permette di conoscere Sylvie (Charlotte Gainsbourg). I due si incontrano per caso, di sera, lui attacca bottone e cominciano a camminare e a fumare e a fumare e a fumare… Finché albeggia e tocca salutarsi, non senza essersi dati un appuntamento a Parigi per la settimana seguente (nella bella cornice dei Jardin des Tuileries). Però ai due piace il rischio, quindi non si scambiano i numeri né conoscono il proprio nome (manco quello di battesimo ché, nonostante le ore di chiacchiere, lo hanno volutamente omesso).

Solo che il nostro Marc, oltre a perdere i treni, manca pure gli appuntamenti. E infatti (il perché non lo svelo) arriva troppo tardi e della (nervosa) sconosciuta non c’è più traccia.
Sylvie – un rapporto in crisi o, meglio, un rapporto che galleggia annoiato – interpreta questo sgambetto del destino come la risposta che cercava: seguire o no il fidanzato in procinto di partire per l’America? Sì, seguirlo, anche se con pochissimo entusiasmo.

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Anche i blogger, nel loro piccolo…

panic_cat
…si incasinano. Non sono ahimè stata rapita dai marziani. Sto leggendo manoscritti, libri da consigliarvi per Natale, storie, idee, trame e altre amenità. Domani conto di riappropriarmi della mia esistenza e della tastiera.
Forse…
(L’alto tasso di puntini e il gatto credo vi facciano capire il mio stato emotivo.)

Un inverno nero, la realtà al luminol e il desiderio ritrovato

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Radio105
Un inverno#VOLTAPAGINA
Un inverno color noir, Autori Vari a cura di Marco Vichi, Guanda, p. 323 (18 euro) ebook (9,99 euro)
Sapete ormai quanto io ami i racconti, ma ci sono raccolte che possiedono una carica in più. Per prima cosa in questo caso hanno chiamato a raccolta parecchi personaggi a me cari: Soneri di Varesi, la Vergani di Elisabetta Bucciarelli, il commissario Bordelli di Marco Vichi, Ferraro di Biondillo, Elia Contini di Andrea Fazioli… ed eccoli alle prese con le feste e le rogne, che spesso si mischiano, si confondono in questo periodo dell’anno. Quei momenti che ci lasciano un po’ nudi, preda dei sentimenti, dei riti di passaggio con cui misuriamo il tempo e il nostro mondo. Ad alcuni le feste vengono guastate (alla grande direi) ad altri non sono mai andate a genio. Di sicuro in alcune piazze, su certi treni, pure in un campo da calcio l’inverno non è la stagione quieta della natura a riposo ma il momento dell’orrore e del mistero. Il mistero contamina un abbraccio, una sigaretta, un trofeo, il rito di raccontarsi storie a fine pasto e viaggia per l’Italia e nel tempo… un tempo che altro che lucine, regali e fuochi d’artificio! Per chi cerca talento e mestiere, e vecchi amici su cui si può sempre contare.

#DAGUSTARELuminol
#Luminol, Mafe De Baggis, Informant, ebook (2,99 euro)
Detestate internet, social, mail e compagnia tecnologica cantante? Ecco il libro necessario. Internet è la modernità ma pure la realtà e la quotidianità (anche per chi lo rifiuta). Il problema? Rapportarsi con questo strumento e non fare errori di valutazione grossolani. Esempio: conferenza, ci sono due persone una scrive nervosamente su un blocco, l’altra digita su uno smartphone. Se pensate che la prima sia seria e la seconda cazzeggi, be’, siete vittima del pregiudizio, del dualismo reale/digitale in cui il primo è necessariamente “buono, romantico, naturale, sano…” e il secondo “asettico, chiuso, distante, dannoso…” e molto probabilmente vivete la tecnologia e l’innovazione come fossero contro l’ordine naturale delle cose. Dobbiamo prestare attenzione alle parole, ché le parole esprimono giudizi, categorizzano: l’innovazione non è buona o cattiva, al massimo utile o inutile. E quando parliamo di media digitali sarebbe meglio pensare, non a una realtà virtuale (termine che è una prigione mentale: se uno vi insulta via sms o licenzia via mail il dolore/disagio che provate è reale o virtuale?), ma a una “realtà aumentata” al fatto che sono i comportamenti a guidare e governare gli strumenti (e i contenuti) non viceversa. Cioè internet non determina le nostre azioni le rende visibili. Perciò i media digitali sono un punto di osservazione privilegiato per capire qualcosa di noi e dei nostri simili. Perché internet siamo noi. Quindi, se vi lamentate della rete, vi lamentate della società non di una connessione, un computer, un bit.

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La tregua, Mario Benedetti, traduzione di Francesco Saba Sardi, Nottetempo, p. 241 (14,50 euro) ebook (7,49 euro)
“Mi mancano solo sei mesi e ventotto giorni alla pensione. Devono essere almeno cinque anni che calcolo quotidianamente quanto mi resta da lavorare. Ho davvero così bisogno di non fare niente? Mi dico di no, che non è tanto di ozio che ho bisogno, quanto di un lavoro che mi piaccia.” Aspetta la pensione come il momento giusto, l’occasione per viversi, per ritrovarsi lui che è vedovo, ha tre figli e ha lavorato davvero duramente. Ma, la vita è una beffa, ed è infatti proprio in questi ultimi mesi di lavoro che per Martin Santomè, il protagonista, arriva la scossa. Una rivoluzione che ha venticinque anni, si chiama Avellaneda ed è una impiegata del suo ufficio. Santomè è un uomo posato, un cinquantenne cauto, pertanto non cede all’ebbrezza della possibilità di essere felice, non subito almeno. È uno che sta “sul chi vive” e poi, eccolo, abbandonarsi e riscoprire un bacino di affetto, di desideri inaspettati. Ma la vita oltre a essere una beffa sa essere terribilmente sadica. Alla fine del romanzo, Martin Santomè per voi esisterà davvero, lui i suoi sentimenti, la sua ironia. A voler distinguere tra parole utili e necessarie, io penso che questo libro ne contenga di indispensabili, e quando, e se, entrerà nella vostra vita, vi rimarrà nel cuore.

Sottrazione e addizione

Dark_Room_by_ikizChiudete gli occhi. Apriteli. Una bella differenza, vero?
Ieri sera anche se li avessi tenuti spalancati, non sarebbe cambiato nulla. Ero al buio.
Per un’ora mi sono infatti avventurata (insieme con altri cinque “viaggiatori”) in diversi ambienti a me del tutto sconosciuti grazie a una voce-guida che mi ha mostrato – e lo dico per davvero – il mondo con i suoi occhi. Un mondo che per sottrazione addiziona. Una strana operazione, lo so, ma tolta la luce, emerge un arcobaleno sensoriale che spesso ignoriamo.

Si tratta di Dialogo nel Buio, una  DialogoNelBuio0mostra/performance/percorso ospitata nella sede dell’Istituto dei Ciechi di Milano. Il viaggio prevede una guida esperta, non vedente, cui ci si affida per sperimentare una realtà a tratti terrificante, data la totale mancanza di punti di riferimento. La nostra guida, Claudia – grazie, mi hai davvero dato fiducia – ci ha accompagnati in diverse stanze che riproducono situazioni reali (non vi dico troppo, in caso voleste provare, cosa che vi consiglio di cuore). Nulla di pericoloso. Ma al buio tutto appare pericoloso.
Non ci si tiene per mano, si segue il suono della voce e ci si affida al bastone. La prima sensazione? Per me è stata una certa oppressione, come se il soffitto fosse basso e lo spazio angusto. Poi si sforza la vista – viene automatico – a caccia di un piccolo indizio, di una forma. Tocca spezzare le abitudini, rinunciare, meglio chiudere gli occhi. Si sta immobili, ogni passo è incerto e il bastone invece di aiutare, intralcia. Ma dopo la sottrazione, ecco l’addizione: il buio non è il vuoto, il buio è pieno di stimoli. Così si mettono alla prova gli altri sensi che, immediatamente, si attivano per compensare. Il percorso prevede infatti di toccare, annusare, ascoltare… ed è una occasione per sperimentare le proprie forze e debolezze sensoriali.

Io ho dita cieche. Incapaci di ricostruire i dettagli, di fornirmi la benché minima indicazione sull’oggetto che ho per leRadCor mani. È una sensazione spaventosa, come se il mondo là fuori fosse incomprensibile. Con il gusto va meglio e ancora meglio con l’olfatto. Ma nel mio corpo sono le orecchie a comandare. E il buio (udite udite) ha il pregio di disinnescare la mia logorrea: sto zitta e ascolto. Il suono cambia quando ti avvicini a una parete, ha un colore diverso per ogni sfumatura emotiva, dà importanti informazioni sulla prossemica e pura sulla mimica. Se sorridi, mentre parli, si sente. Ed ecco che la folla per me non è una faccenda facile da gestire: sul finale abbiamo infatti brindato tutti assieme, ovviamente al buio. E in quel caos di voci mi sono sentita persa.

Posso garantirvi che è incredibile affidarsi a una persona che non vede, persona che pareva farlo benissimo, che ha imparato i nostri nomi all’istante, sapeva individuarci nello spazio e ha trovato le parole giuste per liberarci dalla paura, per insegnarci a lasciarci andare, a fidarci di noi stessi in modo diverso. È vero, le risorse le abbiamo, alcune intorpidite altre del tutto disabituate a lavorare.

Perché ve lo racconto? Perché ho potuto vivere questa esperienza grazie a Stefania Nascimbeni e Valeria Merlini che,foto per sensibilizzare alla lettura, hanno pensato di organizzare uno speciale Dialogo nel buio. E così hanno coinvolto scrittori, giornalisti, produttori, editor (Federico Baccomo, Irene Cao, Eva Clesis, Carmen Fiore, Giuseppe Franco, Giovanni Gastel Jr, Francesca Lovatelli Caetani, Massimo Milone, Gianni Paolella, Roberto Rasia Dal Polo, Ilaria Sicchirollo, Lucia Tilde Ingrosso) e un ospite d’onore: Frederic Gebhard, non vedente, scrittore, attivista per la difesa dei diritti degli animali.
Ciascuno ha portato in regalo un libro, una storia di carta o audio. (E io ringrazio Elisabetta Bucciarelli che è stata così generosa da affidarmi un suo racconto: “Nascita di Olga”). Perché i non vedenti leggono eccome! Grazie al braille, agli audiolibri o attraverso lenti di ingrandimento. Abbiamo insomma condiviso una passione e portato un piccolo dono fatto di parole ma il regalo, in effetti, ieri sera è stato fatto a noi. Perciò, grazie.

E se volete ascoltare il racconto letto da me (ahimè!) cliccate play.

Gli eschimesi e il carpiato della banalità

original_girls-eskimo-snow-globeOggi, chiedo venia, in un commento mi è scappata l’espressione: “È il mercato bellezza!”
Se vi suona. Se vi ricorda qualcosa ma allo stesso tempo stona… è tutto a posto. Si tratta di uno snowclone. Questo curioso neologismo è nato grazie a due linguisti, Geoffrey K. Pullum e Glen Whitman (che parlava di “snow clone” e, in realtà, di mestiere fa il professore di economia), e ai loro battibecchi su Language Log. I signori in questo blog, tra le altre cose, se la prendono con i cliché ignobili prodotti dai giornalisti americani. Lo snowclone è infatti il carpiato della banalità, una sorta di frasefattismo 2.0: cioè l’utilizzo di un cliché geneticamente modificato. Si prende insomma una frase fatta e la si cambia quel tanto che basta perché sembri sì fatta ma paia pure più creativa e comoda da usare. Sono perle di saggezza plastiche, anzi, liquide ché quindi prendono la forma del contenitore – articolo, titolo, romanzo… – in cui sono versate.

Screenshot 2014-12-03 20.29.42Che ci azzecca la neve? Semplice. L’espressione deriva dalla frase “If Eskimos have N words for snow, X surely have Y words for Z” cioè: “Se gli eschimesi hanno N parole per la neve, allora X avranno Y parole per Z”.
Il comico della faccenda? Gli eschimesi non possiedono tante parole per dire “neve”. È una diceria,Screenshot 2014-12-03 20.30.06 una leggenda urbana lessicale perché gli inuit per questo concetto di lemmi ne hanno soltanto un paio (se volete saperne di più, leggete qui) ovvero:
Aput: snow on the ground.
Qanik: snow in the air (o snowflake).

Screenshot 2014-12-03 20.30.31Son pragmatici ’sti signori dei ghiacci: neve a terra o neve nell’aria. Tutto il resto non è noia, come direbbe l’amato Califfo, ma polisintesi: cioè parole composte da questi due morfemi.
Tale tirchieria lessicale indebitamente ingigantita non intimidisce però gli snowcloner come Alessandro D’Avenia che nel celeberrimo Bianca come il latte, rossa come il sangue ci fa sapere che “se come gli eschimesi per laScreenshot 2014-12-03 20.30.52 neve, avessimo 15 modi per dire ti amo, io per te li userei tutti.” Un po’ come dire: se avessi due euro, li userei per comprati il mondo (un generoso spilorcio insomma).

Screenshot 2014-12-03 20.43.50Qualche altro classico snowclone? “X val bene una Y” oppure “X è il nuovo Y” e per finire in bruttezza: “Chi di X ferisce, di X perisce”. E se siete degli accumulatori seriali di banalità, sappiate che esiste un motore di ricercaScreenshot 2014-12-03 20.44.35 degli snowclone. Badateci, siamo circondati! Il “clone della neve” è tutto intorno a noi!

Esco, vado a comprare un ebook

Qinqo Paper en Convenience beursIn libreria. E dove se no?
In realtà il libraio non è uno che vende ma uno che conosce i libri. Ed ecco perché nella filiera ha un ruolo prezioso. Indica una strada. Percorsi di lettura, passi di qualità. Suggerisce pure divagazioni lievi ma autentiche. Sa distinguere “facile” da “semplice”. (Esiste, signori, questo libraio e ha tante facce e tanti nomi.)
Gli amanti del digitale, finora, si sono dovuti accontentare di uno store asettico, magari coadiuvati dai consigli della rete: gruppi di lettura, lit-blog o (famigerati) blog senza il “lit” come questo, sconsigli d’acquisto, recensioni… potevano pure presentarsi alla cassa di alcune librerie e acquistarli senza ricorrere all’e-commerce e alla carta di credito (un esempio? I servizi proposti da MacBOOK o EnTrhill).
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Canestri, ritorni e alieni a locomozione bipede

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Radio105

Sani_Vale-tuttojpg#VOLTAPAGINA
Vale tutto, Lorenzo Sani, Italica, p. 277 (15 euro)
È una passione per chi non conosce noia, ché in un secondo può accadere di tutto. Si sta appesi al cronometro, alle volte a un canestro. Si contano passi, palleggi, minuti… si prega per un rimbalzo e per quel maledetto tiro da tre che no, non vuol proprio entrare. In un Paese votato al calcio c’è un popolo che, invece, stravede per uno sport meraviglioso: la pallacanestro. E se siete dei romantici, se non potete esimervi dal sognare ecco un libro che vi regala, come dice il sottotitolo, Le storie segrete della pallacanestro italiana storie di campioni, episodi di vita e derive esistenziali, avventure e disavventure raccontate da un giornalista che qualcuno ricorderà per la rubrica “Sani da legare” e organizzatore, tra l’altro, di una manifestazione incredibile che è Happy Hand (un festival sportivo all’insegna della condivisione e dell’inclusione). E allora ecco l’Olimpia Milano del “Nano di ghiaccio” Dan Peterson, l’Olimpia di Michael Andrew “Mike” D’Antoni. Ecco le avventure della pallacanestro toscana e quelle bolognesi con Connie Hawkins… ma pure storie che non tutti conoscono come quella di Gianni Gualdi, il cestista da una mano sola. Un libro per chi avrebbe sempre sognato entrare negli spogliatoi, uscire con i giocatori e vivere da vicino uno sport travolgente.

#DAGUSTARESe chiudo
Se chiudo gli occhi, Simona Sparaco, Giunti, p. 268 (16 euro) ebook (9,90 euro)
Alle volte, capita: il passato bussa alla tua porta. Per Viola il passato si chiama Olivero ed è suo padre, l’uomo che se ne è andato, l’artista, lo scultore talentuoso, l’egocentrico, il bambino… ed eccolo un giorno ripiombare nella sua vita e chiederle pure qualcosa. Si tratta di accompagnarlo in un viaggio verso le Marche, la terra di famiglia. Viola ha trent’anni e sembra vivere la vita di un’altra: un lavoro anonimo in un centro commerciale, un matrimonio che galleggia, un corpo che finge di non possedere e nasconde. E per una ragione che neppure lei sa ben definire, accetta. In fondo non sa nulla di quest’uomo che, nonostante tutto, riesce ancora ad affascinarla. Non sa perché lui e sua madre si siano lasciati, non sa perché scolpisce le sue opere a quel modo, non sa… ed ecco quindi che questo viaggio è l’occasione: una immersione nella verità e nelle proprie radici in un luogo – tra i monti Sibillini e il Conero – carico di magia. La vera magia, però, è scoprire che non è mai troppo tardi per incontrarsi e ri-conoscersi. Ma la prova più grande rimane una e una sola: perdonarsi (con o senza punto interrogativo).

Gli umani#BELLISSIMI
Gli umani, Matt Haig, traduzione di Carla Palmieri, Einaudi, p. 352 (19 euro) anche in ebook (9,90 euro)
Se pensate che siano tra noi, intendo gli alieni, ecco sì, non avete tutti i torti. Può succedere, infatti, che eliminino un professore umano e lo sostituiscano con uno di loro, un alieno appunto. Il problema è questo: loro ritenevano gli umani una forma di vita mitologica, inesistente insomma. E quando hanno realizzato che noi invece esistiamo davvero davvero e siamo “una forma di vita reale a locomozione bipede, di media intelligenza, che conduce una esistenza ampiamente illusoria su un piccolo pianeta intriso d’acqua in un angolo assai solitario dell’universo” si sono preoccupati. Sì, tutta colpa di Andrew Martin – stimato professore di matematica della Cambridge University – perché questo genio avrebbe scoperto la chiave per conoscere i misteri dell’universo. Solo che gli alieni non credono che una specie tanto brutta e scarsamente evoluta possa padroneggiare al meglio tale rivelazione. Così mandano un emissario spaziale, diciamo così, per fermare il professore e cancellare ogni traccia della sua stupefacente intuizione. Solo che inserirsi tra gli umani sarà per il nostro alieno davvero complicato… per tutti quelli che lo sanno molto bene: noi terrestri siamo un pasticcio ma se non ci fossimo, toccherebbe inventarci!

Book

Un corto di Erry D. Judakusama e Mursy Darman (by Vice versa Cinema) vincitore del Jambore Film Pendek award di Jakarta nel 2012.

Prendimi e dammiti: il libro e il libraio indipendente

ce6780e023117fc309d3c51d14537818Nella prima puntata abbiamo parlato di librerie di catena, distribuzione, ricopertinati. Oggi ci dedichiamo invece alle librerie indipendenti.

Partiamo dalle rogne. Quali sono i problemi con cui devono fare i conti?
La crisi, i costi per la gestione dei locali, le politiche di sconto delle grandi catene. E il tasto dolente è di certo quest’ultimo. Perché una catena ha più potere sul distributore (acquista, ovvio, più titoli) e pretende sia dai distributori, sia dagli editori ricavi superiori e che ci fa con questi soldi in più? Ovvio, promuove campagne di sconto (altro che legge Levi, nelle librerie di catena gli sconti ci sono sempre!).

«A furia di sconti le persone credono che il prezzo di copertina sia solo una indicazione. Il problema è che non si conosce la filiera e non si conoscono i numeri, i punti di margine» ci dice Cristina Di Canio che da quattro anni guida la sua “seconda casa”, la libreria Il mio libro. «L’editore pubblica un libro e lo affida a un distributore che lo promuove nelle librerie attraverso la sua rete di agenti. La libreria riesce a strappare sul prezzo di copertina – se la filiera finisce qui, cioè se in campo abbiamo solo editore e distributore – un margine che va dal 30 al 32 per cento. Cioè su un libro che costa 10 euro, a me ne entrano in cassa 3».

Il mio libroIl distributore ovviamente ai librai propone diverse novità e cerca di collocare parecchie copie per ciascuna. Ma il libraio indipendente, se non possiede grandi spazi, si vede impossibilitato ad accogliere tanto materiale. Ecco che all’orizzonte si palesa un altro anello della catena: il grossista. «Immaginate un magazzino gigantesco che accoglie tutti i libri distribuiti» continua la Di Canio. «E tu, libraio, se hai bisogno di pochissime copie, anche una sola, ti rivolgi al grossista perché non mobiliti un distributore per un piccolo ordine. Il problema, però, è che se vai dal grossista il tuo margine di copertina si riduce diciamo al 29 per cento, perché anche il grossista (che acquista dal distributore) ha una sua percentuale e deve guadagnarci. Immaginate una torta: dall’editore al libraio c’è una filiera composta da più attori e ciascuno prende una fetta. Più sono i passaggi, più piccolo è il guadagno».

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